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domenica 10 settembre 2017

Alluvione a Livorno, riflessione sulla prevenzione

Nella notte fra il 9 e 10 settembre 2017, una intensa attività temporalesca ha interessato le regioni tirreniche. La mattina seguente, la città di Livorno è risultata gravemente colpita e con 8 morti.

L’impulso di scrivere un post sull’argomento mi è arrivato da alcuni particolari di questa vicenda: molte delle vittime si trovavano in seminterrati o scantinati, quando, anche a causa di una tombatura non adeguata, un corso d’acqua è esondato, riversandosi nelle strade della zona sud della città.

Foto tratta dal quotidiano Il Tirreno-Livorno

Ma partiamo da due dati oggettivi:

In 3 ore sono caduti localmente fino a 250 mm di pioggia, un valore che supera le stime per eventi con tempo di ritorno di 500 anni.

La Regione Toscana, nella giornata del 9 settembre, ha diramato una allerta meteo di alto rischio (arancione) per 24 ore, a partire dalle 00:00 del 10 settembre.

Vediamo quindi di capire cosa questo significa e, successivamente, cosa è successo. 

Idrogramma che mostra molto bene l'intensità di pioggia in così poche ore.
Immagine tratta dal sito sir.toscana.it
Il Servizio Idrologico Regionale fornisce quelle che sono le linee segnalatrici, ovvero i valori massimi di pioggia attesa per un tempo X di ore, per eventi che capitano ogni Y anni. Valori comparabili con quanto accaduto a Livorno non se ne trovano. Il massimo valore stimato per una pioggia di 3 ore con un tempo di ritorno di 500 anni è di circa 160 mm, quindi molto inferioreQuesta però non deve essere una attenuante, poiché quanto è successo ha delle concause che sono di una certa gravità da mettere in evidenza.

Immagine tratta dal sito sir.toscana.it

Il sistema di allerta regionale (da poco uniformato a livello nazionale) si basa su tre livelli, caratterizzati da un colore che può essere giallo, arancione o rosso. Dal portale della Regione Toscana si può leggere a cosa serva questo sistema di allertamento e come funziona:

  • segnalare preventivamente la possibilità di verificarsi di eventi meteo potenzialmente pericolosi;
  • attivare presso i soggetti istituzionali e le altre strutture operative la verifica della capacità di intervento in caso di necessità
  • mettere in atto alcune misure di protezione preventive nei casi in cui queste siano possibili, come previsto nei piani di protezione civile.
La comunicazione dell'allerta è indirizzata anche ai cittadini, perché prestino attenzione ai possibili rischi connessi ai fenomeni meteo e affinché adottino comportamenti corretti durante gli eventi.

L'auto-protezione è infatti lo strumento più efficace per garantire la propria sicurezza, soprattutto in caso di eventi repentini.




  • per livello di criticità con codice GIALLO
    le strutture competenti a livello locale vengono avvisate per via telematica in modo che possano da verificare che siano pronte attivarsi in caso di necessità e che possano seguire l'evoluzione durante il manifestarsi degli eventi. In generale il codice giallo è relativo ad eventi potenzialmente pericolosi ma circoscritti, per cui è difficile prevedere con anticipo dove e quando si manifesteranno. A livello regionale viene attivata una fase di "vigilanza" particolare relativa all'evoluzione dei fenomeni meteo.
  • per livello di criticità con codice ARANCIONE o  ROSSO
    il Bollettino assume valenza di "Avviso di Criticità": viene adottato dal Sistema Regionale di Protezione Civile come "Stato di Allerta Regionale", diramato a tutti i soggetti che fanno parte del sistema di protezione civile regionale: Province, Comuni, Prefetture, strutture operative, volontariato, gestori dei servizi e della viabilità al fine di rendere questi soggetti pronti a fronteggiare l'evento ed adottare misure di preparazione e prevenzione se possibili, eventualmente diversificate per i due livelli in base alle proprie procedure operative.

    Dell'emissione dello stato di allerta è data massima diffusione anche tramite comunicati stampa, diramati attraverso i diversi canali possibili (tv, radio, web, social networks). 
Nogarin, il Sindaco di Livorno, ha accusato il servizio di allerta meteo di aver lanciato un allarme soltanto arancione e non rosso, che avrebbe permesso di attivare ulteriori procedure di sicurezza. Da come sono riportati sul portale regionale, è evidente come i due livelli di allerta siano considerati insieme e in entrambi i casi tutti i soggetti interessati (Province, Comuni, Prefetture, strutture operative, volontariato, gestori dei servizi e della viabilità) devono essere pronti a intervenirePersonalmente, questo sembra uno scaricabarile poiché quando viene diramata un’allerta arancione, il territorio deve essere monitorato continuamente e, secondo l’evolversi della situazione, devono essere prese le opportune decisioni ed informata costantemente la popolazione. Cosa che non è stata fatta. Inoltre, visto che il Sindaco ha fatto leva sulla drammatica presenza di vittime , domandiamoci perché quelle persone si trovavano nel luogo meno indicato in caso di allerta idrogeologica e perché si è creata questa situazione, visto che la differenza di colore dell’allerta ha inciso poco o niente.


Per questo, riprendo l’analisi davvero ben fatta da Massimo della Schiavasulla pagina Facebook di Geologi.it:

Il principale indiziato è il Rio Maggiore, la cui esondazione ha causato alcune delle vittime che, purtroppo è triste dirlo a posteriori, potevano salvarsi.

La Villa Liberty, dove si è consumata la tragedia, si trova in area a pericolosità idraulica elevata, in adiacenza del tratto tombato del Rio Maggiore: corso d’acqua che misura una lunghezza complessiva pari a 9.5 Km, all’interno di un bacino idrografico stretto e lungo, con un sensibile sviluppo longitudinale, con onde di piena che si manifestano con una forma allungata e picchi di massima piena poco pronunciati.

Aree di pericolosità idraulica del Rio Maggiore.
Foto tratta dalla pagina Facebook di Geologi.it

Dagli anni ’20 agli anni ’60, a causa dell’urbanizzazione intervenuta nella zona e per esigenze sanitarie, dal Cimitero della Misericordia fino alla foce, il tratto terminale dell'asta è stato, per una lunghezza di circa 1 Km, sostituito da un collettore.

Il Rio Maggiore è stato oggetto di uno Studio idrologico-idraulico predisposto dal Prof. Stefano Pagliara su incarico dell’Amministrazione comunale di Livorno dove sono state
1.Realizzate le cartografie recanti l’inviluppo delle altezze d’acqua di esondazione per Tr ( 20, 30, 200 e 500 anni);
2.individuate le opere necessarie per la messa in sicurezza definitiva del corso d’acqua (come da normativa secondo la piena con Tr 200 anni):
in primo luogo le casse d’espansione che, secondo le verifiche volumetriche ed ingegneristiche eseguite, permettono di ricreare le condizioni di generale messa in sicurezza idraulica del Rio Maggiore, non soltanto in chiave del “Nuovo Centro”, ma soprattutto per le reali condizioni di insicurezza che si riscontrano sul punto di tombamento.
altri interventi strutturali quali ricalibrature di argini, di ponti, della sezione d’alveo in alcuni tratti ecc..

Sulla base delle risultanze Studio effettuato sul Rio Maggiore (nel Progetto preliminare delle opere idrauliche per la sistemazione del Rio Maggiore” ed approvato con parere favorevole dal Comitato di Bacino di rilievo regionale Toscana Costa con prot. n.371 del 29 luglio 2009 http://www.comune.livorno.it/…/uploa…/2009_05_4_12_19_04.pdf ), la messa in sicurezza idraulica del corso d’acqua è affidata alla realizzazione di n. 4 casse d’espansione individuate come ASIP (Aree Strategiche per Interventi di Prevenzione) i cui lavori sono, allo stato attuale, terminati e l’opera collaudata dall’Ente preposto.

La Villa dove ci sono state vittime, che dovrebbe essere stata realizzata degli anni ’20, si trova in un basso morfologico all’altezza del vecchio alveo del Rio Maggiore, mentre Viale Nazario Sauro e via Rodocanacci sono ad una quota di 3-4m maggiore e corrispondente probabilmente ad un vecchio terrazzo alluvionale.

Foto con evidenziate le casse di espansione, tombatura e percorso del Rio Maggiore.
Foto tratta dalla pagina Facebook di Geologi.it

Durante la notte dell’evento temporalesco, le casse di espansione del Rio Maggiore sono entrate in funzione ed hanno evidenziato la loro efficacia, facendo diminuire la portata in entrata al punto di tombamento e limitando i danni nella zona.

La domanda principale rimane quindi come l’acqua abbia fatto ad arrivare alla Villa Liberty e così improvvisamente, senza lasciare scampo alle vittime, visti i limitati danni e la limitata estensione dell’esondazione.

Dopo aver sentito una persona che abitava proprio li alla villa, si è saputo che il collettore aveva un portellone di entrata per la manutenzione e la pulizia, una apertura che permetteva l’ingresso anche ad un piccolo escavatore. Quello che si è subito pensato è che la conduttura sia entrata in pressione o per la portata in ingresso o per una parziale ostruzione e che quindi il portellone (una debolezza strutturale del collettore) non ha retto la spinta dell’acqua e che quindi sia “saltato” facendo defluire nel resede della villa l’acqua del Rio Maggiore con una intensità tale da salire rapidamente senza lasciare scampo agli abitanti del piano terreno. Dalla testimonianza sembra anche che questo fatto sia già accaduto in passato, circa 37 anni fa. Da un sopralluogo il portellone risulta però integro… Ci saranno comunque delle indagini per chiarire la questione.

Se le vittime avessero saputo del rischio che stavano correndo, probabilmente sarebbero salite al piano superiore per stare al sicuro. Per questo sono due gli aspetti da affrontare: infondere alle persone non esperte una coscienza geologica in grado di renderle consapevoli di un rischio in modo autonomo; come propone il prof. Nicola Casagli dell’Università di Firenze e riportato nel post di Massimo Della Schiava, che il sistema di allerta giunga alle persone direttamente dal servizio regionale, mettendole allo stesso pari dei soggetti che si devono attivare, eliminando un passaggio intermedio che come si è visto è stato fatale.

Un altro punto su cui riflettere è su come e dove si costruisce. Lo dicono in tanti (anche Nicola Casagli) e lo dico anche io da tempo, i toponimi delle località non sono dati a caso: se un luogo si chiama Stagno, sarà bene andare a vedere come mai e qual è la storia del luogo, per progettare meglio le infrastrutture che si intende costruirvi o magari evitarlo proprio (scelta consigliata, dico io).

Infine non può essere evitato l’ennesimo riferimento alla manutenzione, la gestione dei corsi d’acqua e con esse il ringiovanimento delle opere vecchie, visti anche i continui aggiornamenti normativi… 

Si ringrazia Massimo della Schiava per il permesso a pubblicare parte di un suo post.


Per tornare a Nogarin, nel 2014 promuoveva la mitigazione del rischio idrogeologico con una serie di interventi: sarebbe interessante capire cosa sia stato fatto; se e dove si è operato ci sia stato effettivamente beneficio proprio alla prova di questo evento eccezionale oppure anche stavolta, come molte altre, alle parole non sono seguiti i fatti.

mercoledì 5 luglio 2017

Crisi idrica 2017, i geologi propongono misure strutturali

Quando si dice che al peggio non vi è mai fine.

Come se la crisi idrica non fosse già abbastanza, ecco che il TG1 del 2 luglio, invece di intervistare gli esperti del sottosuolo (i geologi, appunto), sfornano un servizio con protagonista un rabdomante.
Lungi da me avviare qui l'ennesima diatriba fra le due categorie su chi è più efficace a trovare l'acqua; credo però che snobbare i professionisti più interessati dalla problematica idrica sia un grave, gravissimo errore.

Foto tratta da Pixbay
Così che la SIGEA, la Società Italiana di Geologia Ambientale, ha ritenuto opportuno scrivere una lettera alle massime autorità dello Stato. Sono parole che devono far riflettere e mettere mano a una situazione che nei prossimi anni potrebbe ulteriormente peggiorare.


La SIGEA ritiene prioritario che il nostro Paese nel prossimo futuro debba agire nelle azioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici previsti anche dalla Strategia Nazionale di Adattamento al Clima (SNAC) quali:

  • recupero acque reflue depurate per uso irriguo e industriale;
  • compatibilità degli impianti agricoli e zootecnici con le disponibilità idriche;
  • uso in agricoltura di sistemi d’irrigazione innovativi volti al risparmio idrico;
  • ricerca applicata alla desalinizzazione delle acque, meglio salmastra che salate;
  • studio delle sorgenti costiere al fine della loro captazione prima che le acque finiscano in mare;
  • programma di ampliamento, riparazione e sostituzione delle reti acquedottistiche a supporto degli usi umani e produttivi;
  • ricarica degli acquiferi sotterranei;
  • realizzazione di invasi di piccole dimensioni (laghetti collinari) a scopi irrigui;
  • realizzazione di invasi a scopi misti;
  • attuazione della norma sulle reti duali;
  • mappature e controllo delle utenze che usano le acque sotterranee al fine di una programmazione idrogeologica del prelievo;
  • mappature e controllo delle sorgenti al fine di una programmazione idrogeologica del loro utilizzo;
  • campagne di sensibilizzazione all’uso razionale della risorsa.



Molte di queste necessità indicate dai professionisti, non sono solo valide a livello nazionale; anche a livello locale (nel mio caso il Comune di Pistoia) sono da prendere sul serio e di spunto per avviare un confronto serio fra i vari attori sulla scena (Publiacqua, cittadini, imprenditori agricoli fra cui i vivaisti, tutti i soggetti pubblici interessati). Questo si rende necessario per affrontare un problema idrico che si fa ogni anno sempre più grave, senza che questo sia percepito come tale dalla popolazione. A Pistoia, fra l'altro, abbiamo un problema di subsidenza dato proprio dall'intenso sfruttamento delle risorse idriche sotterranee da parte delle attività agricole. Le attività vivaistiche di vasetteria, ad esempio, impiegano circa il triplo dell'acqua necessaria per le attività relative alle piante di alto fusto.






Quindi aggiungerei, al già valido spunto fornito da Sigea, anche di valutare bene quanto certe attività economiche siano una risorsa o un danno per la collettività, in termini di impatto ambientale e di qualità della vita.

Vorrei infine fare una tiratina d'orecchi riguardo la presentazione del progetto di variante al Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Pistoia, presentato lo scorso martedì 4 luglio; si è avuta comunicazione dell'evento solo nel pomeriggio del giorno precedente, un po' troppo tardi per poter organizzarsi e partecipare.

sabato 21 gennaio 2017

Neve e pioggia, condizioni ideali per il dissesto idrogeologico

Quante volte avrete sentito parlare delle centinaia di migliaia di frane presenti sulla nostra penisola? Parte di esse si trovano in aree (arco alpino e appennini) in cui, durante l'inverno, può accumularsi una discreta quantità di neve. Questa rappresenta la riserva di acqua che servirà in primavera per tutte le attività umane, agricole e non. Sappiamo anche che una nevicata eccezionale può trasformarsi in un problema, soprattutto per gli abitanti delle zone colpite. Abbiamo tutti a mente il dramma delle nevicate nel centro Italia durante questo gennaio 2017, con interi comuni e frazioni isolati da diversi metri di coltre bianca. Un effetto da non sottovalutare in occasione di questi eventi è il momento dello scioglimento. Un rialzo delle temperature ed un cielo sereno possono far sciogliere in un tempo ragionevolmente lungo il manto nevoso; diverso invece se lo scioglimento è facilitato dalle piogge. Peggio se sono abbondanti.



Il binomio neve + pioggia può essere letale in alcuni casi. In un'area di frana, il pericolo principale per un suo innesco è la quantità di acqua che viene assorbita dal terreno. Quando si arriva a saturazione, le proprietà meccaniche del terreno sono quantitativamente le minime e la probabilità di un movimento è maggiore.
Ad una situazione ipotetica in cui già abbiamo precipitazioni di decine di millimetri di pioggia oraria, si va ad aggiungere la quantità di acqua proveniente dalla neve sciolta dalla pioggia stessa. Se è compatta ed "asciutta", si stima che un centimetro di neve corrisponda a circa un millimetro di pioggia. Se è "bagnata", i millimetri di pioggia equivalente saranno molti di più. Se pensiamo alle nevicate avvenute nel centro Italia che abbiamo citato, con spessori del manto nevoso variabili fra i 2 e i 5 metri, nel migliore dei casi parliamo di ulteriori 20-50 millimetri di acqua che vanno ad aggiungersi a quella che già arriva dall'atmosfera. Non poco.
E tutta questa neve trasformata in acqua in poco tempo, defluisce nei corsi d'acqua, magari già ingrossati dai temporali. Potrebbe esserci quindi l'ulteriore problema di una piena e di una eventuale esondazione a valle.


Essere coscienti delle situazioni di pericolo che ci si presentano, è essenziale per poterle affrontare al meglio; sia come amministrazione, sia come comune cittadino. 





lunedì 5 ottobre 2015

Eventi estremi e consumo del suolo

Vi propongo l'intervento di Nicola Casagli, professore ordinario di Geologia Applicata e di Geotecnica e Geomeccanica all'Università di Firenze, durante il convegno "Workshop LIFE+IMAGINE: Gestione integrata in area costiera, focus su eventi estremi e consumo del suolo" tenutosi a settembre 2015.



"Frane ed eventi estremi" spiega come il consumo indiscriminato di suolo, una errata gestione del territorio ed una inadeguata legislazione siano concausa diretta degli eventi disastrosi che si susseguono giornalmente nel nostro paese, ovvero più di 8000 frane e più di 6200 alluvioni fra il 2011 ed il 2015 (solo fra quelle riportate dai mezzi di informazione, quindi meritevoli di essere riportate). 

giovedì 21 maggio 2015

Verso la conferenza sul clima di Parigi 2015

Il 22 giugno 2015 a Roma si terranno gli Stati generali sui cambiamenti climatici e la difesa del territorio in Italia.



Sindacati, associazioni di industriali, ambientalisti, agricoltura, ricerca e tutto il mondo delle imprese coinvolto su questo tema, discuteranno delle proposte, contributi e la definizione dell'agenda che verrà presentata entro la fine dell'anno a Parigi, in occasione della 21ª Conferenza delle Parti (COP) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

L' Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha diffuso poche settimane fa una serie di dati che mostra come nel 2014 a fronte di uno stallo delle emissioni nel settore energetico si è verificato un aumento di PIL a livello globale. In Europa le emissioni sono diminuite del 19% tra il 1990 e il 2013, mentre nello stesso periodo il PIL è cresciuto del 45% (CE, 2015 ). Questo dimostra come la riduzione delle emissioni nocive possa essere un fattore che favorisce la crescita economica. E' già previsto che i paesi dell'Unione Europea (UE) riducano entro il 2030 le proprie emissioni di gas serra del 40% rispetto ai livelli del 1990. 

L'Unione Europea ha valutato che investendo 1 euro oggi per la protezione dalle inondazioni, se ne risparmieranno 6 nel futuro (EC, 2013). 
Tutto questo però si scontra con quello che succede in Italia, dove si preferisce non investire 1 euro ma aspettare che avvenga il disastro, così le aziende vincitrici degli appalti per i ripristini ne guadagneranno 7. (vedi mio post dopo l'ultima alluvione di Genova)

Eppure è risaputo che al momento attuale, il settore lavorativo che promette il maggior sviluppo economico (che si traduce in maggior occupazione) è proprio il settore "green", ovvero lo sviluppo di tecnologie per lo sfruttamento delle energie rinnovabili, sistemi di salvaguardia dal rischio di inquinamento dei terreni e delle falde acquifere, opere ingegneristiche per la messa in sicurezza del territorio e altro ancora.

Nel sito governativo #ItaliaSicura sono disponibili i contributi dei soggetti che parteciperanno a questa iniziativa.




mercoledì 20 maggio 2015

Dopo 30 anni arrivano le nuove linee guida per il dissesto idrogeologico

Con ancora nella mente i disastri di Genova, Sardegna, Messina, Sarno e Quindici per dirne solo di alcuni dei più famosi, cui ho dedicato anche un post polemico, finalmente a Palazzo Chigi arrivano le nuove linee guida per intervenire nei contesti più a rischio.



"Vietati gli interventi di cementificazione e restringimento delle sponde fluviali o la copertura di fiumi e torrenti che hanno enormemente aumentato alluvioni e allagamenti. In coerenza con prescrizioni che saranno emanate da tutte le autorità di bacino, saranno possibili diversi interventi, sia strutturali come casse di espansione o vasche di laminazione delle piene e canali scolmatori, sia nuove opere previste come obbligo dallo Sblocca Italia dei 'contratti di fiume' per riqualificare e rinaturalizzare tratti fluviali."

Quindi innanzitutto stop al cemento che impermeabilizza i terreni, alla ricerca di pochi metri di suolo edificabile a scapito della sicurezza degli argini e delle persone in caso di alluvione. Questo vuol dire prevedere nuovi vincoli da parte delle Regioni che sono chiamate a identificare le aree a rischio ancora non tutelate. Chissà se l'adozione delle nuove linee guida influirà anche il settore vivaistico pistoiese, che con l'impermeabilizzazione dei terreni per la vasetteria ha scatenato non poche polemiche soprattutto nella piana.



Al contempo le linee guida indirizzano la progettazione delle opere di intervento sulle aste fluviali, favorendo la costruzione di casse di espansione, vasche di laminazione, canali scolmatori e altro sia necessario per la salvaguardia del territorio.
Queste opere sono sicuramente utili se progettate con criterio e non come il progetto della cassa di espansione ai Laghi Primavaera che potrebbe trovare nuova "forza" da queste linee guida.




giovedì 20 novembre 2014

Pistoia, Il dissesto degli anni '64-'66

Dopo aver raccontato come stiano le cose nel sottosuolo di Pistoia, è necessario portare a conoscenza tutti di un precedente storico che riguarda proprio il precario equilibrio fra la città e le acque che la attraversano.

Agli inizi del 1964 il centro storico di Pistoia fu interessato da fenomeni di fessurazione che si svilupparono nel tempo, prima interessando solo alcuni edifici per poi allargarsi a buona parte del nucleo storico della città e infine cessare istantaneamente all'inizio del 1967. Nel 1980 fu cercata una spiegazione a tale fenomeno e fu prodotto un documento fra gli Atti del XIV Convegno Nazionale di Geotecnica e firmato da R.Fancelli (CNR Pisa), P.Focardi e G.Vannucchi (Università di Firenze), F.Gozzi (Comune di Pistoia).

La zona di S.Andrea, dove si verificarono le prime lesioni del 1964.
Fonte: "718PistoiaSAndrea" di Geobia - Opera propria. Con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 tramite Wikimedia Commons 

Inizialmente i danni furono circoscritti alla zona di S.Andrea con il Palazzo Fabroni che cominciò a presentare crepe diffuse sui muri con cadute di intonaco dalle parti alte dell’edificio; essendo all’epoca sede di una Scuola Media, gli alunni e gli insegnanti furono trasferiti per sicurezza. In seguito anche le adiacenti case Romagnoli iniziarono a mostrare cedimenti: il pavimento del salone del primo piano si sollevò e si ruppe lungo la diagonale; inoltre apparvero sui muri lesioni considerevoli. Gli stessi fenomeni iniziarono a verificarsi anche in altri edifici della Via S.Andrea, compresa l’omonima Chiesa e la casa del parroco. Nell’evoluzione del dissesto anche Via Abbi Pazienza fu interessata dagli stessi fenomeni presso il Monte dei Pegni, casa Lomi-Lazzerini fino alla casa parrocchiale di S.Filippo; dopodiché sia la Chiesa dello Spirito Santo che di S.Francesco iniziarono a presentare gli stessi danni degli altri edifici. In questo percorso di estensione del fenomeno non fu risparmiata nemmeno La Sala dove crollarono le pareti interne dei tetti del vecchio mercato, costruiti in cemento armato solo dieci anni prima; anche le case di Piazzetta Romana e i marciapiedi di Via Buozzi presentarono crepe; persino la Chiesa della Madonna dell’Umiltà subì qualche danno seppur in misura minore. Alla fine del 1964 i danni vennero registrati su una superficie di 25000 metri quadri; un anno dopo invece avvennero su una superficie grande almeno il doppio e i pistoiesi erano preoccupati per questo fenomeno che non riusciva a trovare una spiegazione; durante questo periodo di “psicosi da dissesto” molti proprietari, timorosi di veder calare il valore dei propri immobili, non segnalarono mai eventuali danni se non in casi di lesioni gravi alle strutture. Una relazione dell’Ufficio Tecnico indicò come il 10-15% degli edifici che si trovano nell’area dal dissesto siano stati interessati da lesioni gravi; indicò anche che la spinta principale sia orizzontale con asse ovest-est in base all’esame dei danni riportati dagli edifici (pavimenti rialzati che avevano come base volte a botte al livello sottostante, che reggono bene le spinte verticali ma poco quelle orizzontali, appunto).

Le aree colpite dal dissesto. In giallo l'area interessata dai danni nel 1964 e in celeste quella interessata nel 1965.

Nell’analisi generale però è stato constatato che le case danneggiate erano assai vecchie, costruite in mattoni o pietrame, avevano fondazioni dirette e appoggianti direttamente su un terreno di riporto o su un conglomerato a matrice argillosa detto “pancone”, quindi poco profonde; molte di queste abitazioni erano state ampliate e rialzate successivamente oppure avevano cantine scavate senza fondazione. Da segnalare che in molti casi si verificarono allagamenti di cantine che erano state sempre asciutte e scantinati dove l’umidità e la muffa avevano raggiunto livelli mai visti almeno a memoria degli abitanti; questo avvenne non solo nelle aree interessate dal dissesto ma anche nelle aree più esterne al centro storico.

La “grande accusata” quindi di questo fenomeno fu la falda freatica. Furono fatte misurazioni e fu individuata ad una profondità variabile fra uno e tre metri, molto alta quindi e questo spiega il perché dei dissesti.
Più difficile invece individuare la causa che ha portato all’aumento del  suo livello. Infatti all’inizio del 1967 questi si abbassò progressivamente e cessarono improvvisamente anche i casi di lesioni alle abitazioni del centro storico. Sapendo bene che l’autunno-inverno del 1966 fu caratterizzato da piogge molto intense (vedi l’alluvione di Firenze il 4 novembre) mentre negli anni precedenti non vi furono piogge di particolare intensità, la causa dei dissesti doveva essere svincolata dalla quantità di precipitazioni sul territorio; il regime idrogeologico della falda doveva essere stato modificato quindi dall’improvviso crollo di due briglie sul torrente Ombrone il 6 dicembre ’66 in località Ponte alle Tavole (in quell’occasione crollò anche l’omonimo ponte). Bisogna tener conto che la falda freatica sul territorio pistoiese si muove in direzione NW-SE e attraversa il torrente Ombrone prima di raggiungere la città: in caso di piogge e comunque nella stagione ibnvernale, l’acqua che scorre lungo il torrente può ricaricare la falda e il crollo delle briglie (alte circa 3 metri) ha diminuito la quantità di acqua trattenuta lungo il fiume e che poteva infiltrarsi nel sottosuolo.

Le briglie però furono costruite fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo e quindi non potevano essere la causa di innesco del fenomeno (sebbene abbiano confermato che Ponte alle Tavole è il punto chiave per causare o prevenire dissesti pericolosi alla città di Pistoia), quindi fu individuata una modifica del regime idrogeologico ante ’64 nei lavori di dragaggio nella stessa area del fiume per ricavare materiale per l’ampliamento dell’autostrada A11, avvenuti negli anni ’62-’63 e compatibili con il successivo insorgere del dissesto.





Ponte alle Tavole. Luogo dove nel '66 crollò la briglia e poco dopo l'omonimo ponte.

In quell’occasione furono scavati circa 4-5 metri di materiale che probabilmente non consistevano solo in ghiaia e sabbia ma anche in limo che fungeva da impermeabilizzante naturale, aumentando le infiltrazioni nel terreno e provocando i danni che ormai ben conosciamo.

Considerando che le briglie non furono mai ricostruite e che lo spessore asportato non si è ancora ripristinato naturalmente, l’equilibrio idrogeologico della falda che interessa la città di Pistoia è molto precario e qualsiasi intervento sull’Ombrone può essere motivo di danni molto seri alla città. Se due briglie di 3 metri sono bastate per cagionare danni considerevoli a diverse abitazioni storiche, immaginiamo cosa potrebbe provocare una briglia alta quasi dieci metri proprio nella stessa zona (la pressione dell’acqua aumenta con l’altezza) nel momento in cui fosse davvero costruita la cassa di espansione ai Laghi Primavera; non solo quindi un rischio di crollo degli argini settecenteschi e pericolo inondazione della zona Ovest della città ma anche possibili allagamenti di seminterrati, problemi legati alla maggiore umidità degli edifici anche di recente costruzione e nuove lesioni agli edifici storici.

Inoltre, inteso come sia fragile e delicato il sistema delle acque sotterranee, dobbiamo chiederci se la costruzione del parcheggio di S.Bartolomeo in Pantano possa creare un ostacolo alla circolazione dell’acqua di falda e modificarne il percorso in maniera tale da compromettere la stabilità degli edifici storici che si trovano in tutta la zona Est entro il terzo cerchio di mura; questo considerando che già in fase di realizzazione potremmo avere variazioni locali del livello proprio per l’apertura dello scavo e possibili lesioni anche gravi ad abitazioni molto vecchie, nonché alla vicina Chiesa.

La Chiesa di S.Bartolomeo in Pantano nei pressi del quale potrebbe sorgere un parcheggio interrato.
Fonte: "PistoiaSBartolomeo01" di MM - Opera propria. Con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 tramite Wikimedia Commons 

martedì 18 novembre 2014

Pistoia e l'acqua, un legame geologico

Pistoia sorge al limite occidentale della piana detta di Pistoia-Prato-Firenze, un bacino di età plio-pleistocenica legato alla tettonica di distensione che ha seguito l’evoluzione verso nordest degli Appennini, formatisi nel corso del tempo geologico dalla collisione fra le placche Africana ed Euroasiatica.



La città è suddivisa in due zone che si trovano a quote differenti, separate da una scarpata ancora visibile nonostante l’urbanizzazione; la sua origine è incerta e sono state formulate due ipotesi che però non sono state verificate: la prima individua la causa nella possibilità che l’Ombrone scorresse una volta dove adesso si trova la Brana, girando verso Est all’altezza di Capostrada rispetto al percorso attuale e quindi abbia eroso parte della conoide alluvionale creatasi in epoche più remote, dopotutto l’influenza data dall’energia del torrente Ombrone rispetto agli altri corsi d’acqua della zona è decisamente superiore; una seconda ipotesi prevede che una faglia sepolta abbia ribassato una zona rispetto all’altra e questo sembrerebbe avvalorato da analisi eseguite negli anni ’60 che hanno rilevato come il substrato roccioso si trovi a quote differenti proprio in prossimità della scarpata e formi una dorsale che rappresentava il limite occidentale di tutto l’ambiente lacustre che si estendeva fino a Firenze e dove scorre adesso la Brana; a Ovest della dorsale invece si trovano sedimenti più grossolani di ambiente fluviale e di pertinenza dell’Ombrone.

La prima ipotesi prevede che l'Ombrone un tempo scorresse dove adesso vi è la Brana, attraversando la depressione del Lago di Scornio

La seconda ipotesi prevede una faglia. In rosso è evidenziata la dorsale che divide il mondo fluviale dell'Ombrone dal mondo lacustre della piana.


Questa separazione si fisica che in termini di origine mineralogica dei sedimenti (principalmente Arenaria Macigno nei sedimenti fluviali dell’Ombrone, marne e calcari Alberese per i sedimenti lacustri) ha profondamente influenzato anche lo sviluppo della città nel corso dei secoli.

Sezione stratigrafica dove si ricostrisce la presenza della dorsale calcarea sepolta.


Il primo insediamento di origine romana (doveva essercene anche uno etrusco, ipotizzato grazie al ritrovamento di alcuni cippi funerari nelle fondamenta del Palazzo de’ Vescovi  ma non è mai stato individuato) si trovava nella parte più alta (il punto più elevato si trova infatti in quella che è chiamata attualmente Piazzetta Romana) della conoide alluvionale e protetta dalle acque che allora ricoprivano la zona orientale dell’abitato attuale. Venne costruita la prima cerchia di mura che fu circondata da fossati le cui acque provenivano dall’Ombrone (l’attuale Ombroncello) e sfruttavano il percorso naturale della Brana. Anche con l’ampliamento della città in età longobarda e la costruzione della seconda cerchia di mura, la zona orientale continuava ad essere caratterizzata da un ambiente inospitale, tanto che vi sono ancora toponimi come San Bartolomeo in Pantano, Via di Nemoreto, la stessa Porta Guidi veniva chiamata Porta “al Pantano” e altri che rimandano a “piscina” o “palude” indicano come l’acqua fosse sempre presente in quelle zone.

I percorsi delle tre cerchie di mura e delle principali gore cittadine

Solo in età comunale si fanno gli interventi idraulici che finalmente bonificano le zone e le riparano dalle esondazioni che spesso avvenivano a sud della città: la Brana e la Bure sono stati deviati per confluire nell’Ombrone molto più a Ovest, così come la Stella che proviene da Serravalle.

Pistoia e i corsi d'acqua che scorrono nel suo territorio. In tratteggio sono indicati gli antichi corsi che sono stati deviati nel tempo.

Dopo la caduta di Pistoia in mano ai fiorentini, la seconda cerchia ricca di torri e merletti venne abbattuta per umiliare la città e ne venne costruita una terza che vide la Brana deviata artificialmente per seguire il percorso della nuova cinta muraria e la chiusura dell’antico corso in quella che oggi è chiamata Gora di Scornio; anche gli altri corsi d’acqua sono tuttora esistenti anche se chiusi sotto la pavimentazione stradale e sono utilizzati come impianto fognario del nucleo più antico.


Pistoia ha quindi un passato legato alle acque che prima la circondavano per buona parte e successivamente l’hanno attraversata (tuttora la attraversano) per mezzo dei fossi e delle molte gore tuttora visibili e documentate (famosi anche i numerosi mulini che sorsero in età comunale).

La falda acquifera in città è molto superficiale e le sue oscillazioni si trovano ad interagire direttamente con le fondamenta degli edifici: ritengo che ogni intervento che agisca sull’assetto idrogeologico del territorio sia da valutare con molta attenzione (mi riferisco alla cassa di espansione ai Laghi Primavera e al parcheggio sotterraneo di San Bartolomeo), data anche la natura geologica del substrato su cui la città sorge, ovvero sedimenti fluviali e lacustri che testimoniano come Pistoia debba il proprio passato ed il proprio futuro all’acqua che da sempre scorre sul proprio territorio.

sabato 15 novembre 2014

Pistoia, la cassa d'espansione non s'ha da fare (ai Laghi Primavera)

Ieri sera sono stato all'assemblea pubblica dove le associazioni di cittadini e ambientaliste hanno cercato di avvertire la popolazione sulle conseguenze legate al progetto di realizzazione di una cassa di espansione ai Laghi Primavera; un'opera giudicata fondamentale da parte dell'Amministrazione Pubblica e inutile se non dannosa da parte delle associazioni.

L'assemblea pubblica di ieri sera.


Breve cronostoria

Vista dei Laghi Primavera

L'idea di realizzare un'opera di regimazione delle acque e di mitigazione del rischio idraulico sul suolo pistoiese parte dalla fine dello scorso millennio, giustamente dico io: sempre più spesso la piana pistoiese (Bottegone, Quarrata, Ferruccia, Vignole, Casini, Caserana e altri) devono fare i conti con le esondazioni dei fossi minori (chiamati in gergo acque basse) che non riescono a defluire nell'Ombrone, il corso di acqua principale (detto di acque alte). Dopo vari anni di protocolli di intesa fra Comune, Regione, Consorzio di bonifica (procedimenti più politici che tecnici) si arriva a decidere che il Comune di Pistoia sarà l'attuatore di questa opera. E il Comune si mette all'opera, appunto.
E' nel 2007 che arriva il primo progetto di cassa di espansione ai Laghi Primavera. Ma qualcuno ci doveva aver pensato prima, molto prima a quei laghi. Esistono modelli di previsione di piena dall'Ombrone su scala duecentennale (significa una piena talmente eccezionale che statisticamente avviene ogni 200 anni) dove si evince che l'Ombrone così come è adesso esonderebbe nella zona sud (all'Ex Campo di Volo); con una cassa di espansione ai Laghi Primavera questo non accadrebbe. Il modello di previsione si spinge oltre, prevedendo che le condizioni idrauliche dell'Ombrone migliorerebbero se fossero costruite altre al Ponte Calcaiola, lungo il Vincio e a Pontelungo ma chissà perché viene tutto rigettato e solo la cassa di espansione ai Laghi Primavera rimane. Il motivo? Nel 2012 personalmente l'ho chiesto al Sindaco Bertinelli durante la festa locale della Casa del Popolo di Torbecchia; in quell'occasione rispose semplicemente che i terreni a vivaio sono troppo cari per essere espropriati; la zona dei laghi non lo è, inoltre già ha degli invasi che facilitano la costruzione, quindi due più due fa quattro; chiaramente sottolineando che la cassa di espansione deve essere fatta per la sicurezza del territorio.

Adesso, nel 2014, il progetto del 2007 è stato modificato perché i finanziamenti sono stati ridotti da 32 a 17 milioni euro, una cifra esorbitante per un'opera che come vederemo risolverebbe soltanto un problema, ovvero l'allagamento del nuovissimo Ospedale San Jacopo inaugurato nel 2013, costruito su un terreno di riporto degli anni '40 (durante la seconda guerra mondiale) per realizzare un campo per l'aviazione, deviando e costringendo il percorso naturale dell'Ombrone in una zona più a sud.

In questo momento il progetto si trova al Ministero dell'Ambiente per valutare se sia necessaria una nuova Valutazione di Impatto Ambientale oppure sia ritenuta valida quella ottenuta già per il progetto del 2007 che era più grande e invasivo sul territorio. Ci sono 45 giorni di tempo per fare opposizione e sarà fatta ma il supporto dei cittadini per fare leva sulle decisioni comunale sarà fondamentale.

Cosa è una cassa di espansione?

Una cassa di espansione è una zona allagabile delimitata da strutture quali argini, dighe e altre di strutture che permettano il trattenimento di una certa quantità di acqua durante una piena, al fine di non avere tracimazione e quindi inondazione di aree a rischio (zone residenziali o industriali).

Schema di una cassa di espansione detta "in derivazione", come quella pensata ai Laghi Primavera

Questo tipo di opera permette, come già detto, di raccogliere l'acqua in eccesso e rilasciarla successivamente quando le condizioni idrauliche lo permettono.

Schema di una diagramma di piena. Con la cassa di espansione in derivazione, si riduce la portata di acqua nel momento di maggior afflusso e si rilascia quando il livello dell'acqua nei fiumi ritorna sotto controllo.
Ci sono dei problemi tecnici legati alla realizzazione di un'opera come questa e sono parte delle osservazioni fatte sulla sua realizzazione nel contesto pistoiese:

  • Per far tracimare l'acqua in eccesso nella cassa di espansione è necessaria la costruzione di una briglia che permetta di creare un mini invaso dove l'acqua aumenta di livello fino a raggiungere la soglia necessaria per far tracimare l'acqua nella cassa. Questo provoca, all'interno del corso del fiume, un fenomeno di sedimentazione a monte (dove si accumula l'acqua) che in parte va a riempire il fondo della cassa di espansione, riducendone la portata) e di erosione a valle (con problemi di equilibrio idrogeologico delle acque sotterranee come vedremo già accaduto a Pistoia negli anni '60).
  • la quantità di acqua accumulata tende a infiltrarsi nel terreno e passsare sotto gli argini fino a raggiungere la superficie (che si trova a un livello più basso) nelle zone adiacenti. Questo problema può generare quello che viene detto "sifonamento", ovvero l'acqua potrebbe concentrarsi e uscire in alcune zone più "deboli" dal punto di vista di qualità dei sedimenti e causare danni sia da allagamento che danneggiamento di eventuali strutture vicine.

Problemi specifici dell'Ombrone, dei Laghi Primavera e dell'opera in questione

Ci sono inoltre dei pericoli che pare siano stati sottovalutati e che siano specifici per l'opera in questione:

L'Ombrone è un torrente e questo già ci dice che per la maggior parte dell'anno è secco e le sue piene sono appunto a carattere "torrentizio", ovvero con alta energia con un elevato carico di sedimenti trasportato dalle colline sopra Pistoia. Questi sedimenti ostruirebbero in men che non si dica il fondo della cassa e il percorso del fiume a monte della briglia per la tracimazione, diminuendone la portata; quindi senza una costosa e continua manutenzione, si aumenterebbe il rischio di esondazione e di rottura degli argini che, va ricordato, sono del tempo del Granducato e già indicati come il punto debole e rischioso di tutta l'opera: se uno degli argini dovesse cedere in un momento di piena, la zona Ovest della città (San Biagio, Vicofaro, Ponte alle Tavole, il Viale Adua in generale) sarebbe allagata e l'acqua tracimata andrebbe verso sud (verso il basso topografico) e potrebbe raggiungere l'Ospedale San Jacopo (già la zona fu alluvinata per la rottura di un argine dell'Ombrone più di un secolo fa).

La pressione data da diversi metri di acqua in più rispetto alla norma, faciliterebbero l'infiltrazione dell'acqua nel sottosuolo e potrebbero crearsi gli stessi problemi di danneggiamento dei livelli seminterrati delle abitazioni avuti a metà anni '60 quando, in occasione della costruzione dell'autostrada A11, furono dragati diversi metri di ghiaia e pietrisco dal corso dell'Ombrone; fu eliminato un filtro naturale creato dal fiume stesso nel corso del tempo geologico e il problema interessò fino a 50000 metri quadrati del centro Storico di Pistoia, distante pochi chilometri. Se a questo aggiungiamo il già citato problema di erosione del fondo del fiume a valle dello sbarramento, il problema potrebbe diventare ancora più grande di quello che si pensi. Inoltre, è bene ricordarlo, è in corso il progetto di costruzione di un parcheggio sotterraneo a San Bartolomeo detto "In Pantano", una delle zone colpite dai problemi di innalzamento della falda appena citato. Quindi un ulteriore rischio per la popolazione da cercare di evitare.

Per avere approvazione da parte della popolazione è stato detto agli abitanti della piana Pistoiese che la cassa di espansione risolverà i problemi di allagamento nelle loro zone: niente di più falso. Il livello delle acque dell'Ombrone è generalmente alto perché in quel tratto il fiume è costretto a scorrere in un letto piccolo per eventi di pena anche piccoli; quindi con la cassa di espansione il livello dell'Ombrone rimarrà alto (nel progetto si parla di un abbassamento calcolato in 11 centimetri, ovvero niente) più a lungo (per lo svuotamento successivo della cassa dopo l'evento di piena) e terrà chiuse le portelle che impediscono ai fossi minori di scaricare l'acqua in Ombrone perché si trovano a una quota più bassa; sono loro, le acque basse, il vero problema delle alluvioni nella piana.



L'Ombrone è un fiume che è alimentato dalla falda acquifera, ovvero l'acqua arriva solo se la falda acquifera si trova in superficie. Un ulteriore carico di pressione provocherebbe velocità e pressioni delle acque sotterranee molto maggiori e con possibilità di allagamenti delle zone vicine proprio per l'uscita dal sottosuolo dell'acqua in eccesso. Una cassa di espansione seria dovrebbe essere interrata e trovarsi a un livello più basso del fiume da dove riceve l'acqua in eccesso ma in questo caso è l'Ombrone che si trova a un livello più basso della campagna circostante. Quindi lo sbarramento lungo il fiume sarà molto alto e le casse non saranno interrate proprio perché la falda, quando l'Ombrone è in piena, si trova in superficie; quindi la cassa sarà sopraelevata con argini di alti 8 metri e larghi 30 metri, realizzata con terra di cattiva qualità perché presa dal Bacino della Giudea (o bacino di Gello) dove tra l'altro sembra ci furono problemi di contaminazione di cromo esavalente, un elemento altamente nocivo per la salute umana. Questo inoltre prevederà 34000 viaggi di camion fra Gello e i Laghi Primavera con tutte le conseguenze del caso sulla viabilità ordinaria.

Schema di un fiume come l'Ombrone. La linea tratteggiata rappresenta la falda acquifera che in occasione delle piogge si alza e riempe il fiume che altrimenti sarebbe in secca.

Quale potrebbe essere allora il luogo ideale per una cassa di espansione efficiente? 
Semplice, dove sorge il nuovo Ospedale San Jacopo: quello è sempre stato il luogo dove le acque dell'Ombrone si riverserebbero naturalmente (e naturalmente ci hanno costruito, tanto per farci riconoscere come bravi progettisti) oppure al Bottegone ma già molti anni addietro l'ex assessore provinciale Giovanni Romiti fece di tutto per bloccare quel progetto così vicino a casa sua e a scapito dei vivaisti (leggete questo interessante articolo che fa un'analisi precisa quanto triste di tutta la situazione)...

Come sempre vi consiglio un mio vecchio post sui problemi di alluvione della piana Pistoiese e un mio sfogo sullo stato del rischio idrogeologico in Italia e il consglio di guardare il video documentario #dissestoitalia, in attesa di avere notizie sugli ulteriori sviluppi di questa vicenda.

E speriamo di non dover dire addio a questo bellissimo luogo a pochi passi dalla città...


L'Ombrone in Primavera, molto amato dai pistoiesi...