Visualizzazione post con etichetta pistoia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pistoia. Mostra tutti i post

mercoledì 5 luglio 2017

Crisi idrica 2017, i geologi propongono misure strutturali

Quando si dice che al peggio non vi è mai fine.

Come se la crisi idrica non fosse già abbastanza, ecco che il TG1 del 2 luglio, invece di intervistare gli esperti del sottosuolo (i geologi, appunto), sfornano un servizio con protagonista un rabdomante.
Lungi da me avviare qui l'ennesima diatriba fra le due categorie su chi è più efficace a trovare l'acqua; credo però che snobbare i professionisti più interessati dalla problematica idrica sia un grave, gravissimo errore.

Foto tratta da Pixbay
Così che la SIGEA, la Società Italiana di Geologia Ambientale, ha ritenuto opportuno scrivere una lettera alle massime autorità dello Stato. Sono parole che devono far riflettere e mettere mano a una situazione che nei prossimi anni potrebbe ulteriormente peggiorare.


La SIGEA ritiene prioritario che il nostro Paese nel prossimo futuro debba agire nelle azioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici previsti anche dalla Strategia Nazionale di Adattamento al Clima (SNAC) quali:

  • recupero acque reflue depurate per uso irriguo e industriale;
  • compatibilità degli impianti agricoli e zootecnici con le disponibilità idriche;
  • uso in agricoltura di sistemi d’irrigazione innovativi volti al risparmio idrico;
  • ricerca applicata alla desalinizzazione delle acque, meglio salmastra che salate;
  • studio delle sorgenti costiere al fine della loro captazione prima che le acque finiscano in mare;
  • programma di ampliamento, riparazione e sostituzione delle reti acquedottistiche a supporto degli usi umani e produttivi;
  • ricarica degli acquiferi sotterranei;
  • realizzazione di invasi di piccole dimensioni (laghetti collinari) a scopi irrigui;
  • realizzazione di invasi a scopi misti;
  • attuazione della norma sulle reti duali;
  • mappature e controllo delle utenze che usano le acque sotterranee al fine di una programmazione idrogeologica del prelievo;
  • mappature e controllo delle sorgenti al fine di una programmazione idrogeologica del loro utilizzo;
  • campagne di sensibilizzazione all’uso razionale della risorsa.



Molte di queste necessità indicate dai professionisti, non sono solo valide a livello nazionale; anche a livello locale (nel mio caso il Comune di Pistoia) sono da prendere sul serio e di spunto per avviare un confronto serio fra i vari attori sulla scena (Publiacqua, cittadini, imprenditori agricoli fra cui i vivaisti, tutti i soggetti pubblici interessati). Questo si rende necessario per affrontare un problema idrico che si fa ogni anno sempre più grave, senza che questo sia percepito come tale dalla popolazione. A Pistoia, fra l'altro, abbiamo un problema di subsidenza dato proprio dall'intenso sfruttamento delle risorse idriche sotterranee da parte delle attività agricole. Le attività vivaistiche di vasetteria, ad esempio, impiegano circa il triplo dell'acqua necessaria per le attività relative alle piante di alto fusto.






Quindi aggiungerei, al già valido spunto fornito da Sigea, anche di valutare bene quanto certe attività economiche siano una risorsa o un danno per la collettività, in termini di impatto ambientale e di qualità della vita.

Vorrei infine fare una tiratina d'orecchi riguardo la presentazione del progetto di variante al Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Pistoia, presentato lo scorso martedì 4 luglio; si è avuta comunicazione dell'evento solo nel pomeriggio del giorno precedente, un po' troppo tardi per poter organizzarsi e partecipare.

lunedì 3 aprile 2017

Vista dalle colline sulla piana Pistoia - Prato - Firenze

E' pericoloso andare a camminare con una telecamera appresso, potrebbero accadere cose spiacevoli! Come accenderla e iniziare a chiacchierare del più e del meno, a ruota libera, senza nemmeno un minimo di preparazione... Però ritengo che sia divertente, quindi credo che ripeterò questa esperienza! :)

Mi trovavo sulle colline sopra la mia città, Pistoia, e arrivato sulla sommità di una di esse, in una radura tenuta pulita per la manutenzione del metanodotto che corre sottoterra, ho apprezzato il panorama che mi si è presentato davanti. Per carità, ce ne sono sicuramente di più belli, ma questo è il luogo dove vivo e si sa, la casa è dove si trova il cuore. Che poi non è tutto rosa e fiori, come ascolterete...



lunedì 28 novembre 2016

La Pietra Alberese

Fra le pietre ornamentali e da costruzione più diffuse in Toscana, il calcare alberese è una di queste. Il naturalista Giovanni Targioni Tozzetti, verso la fine del '700, ipotizzò che la presenza di figure a forma di "alberelli" sulle superfici di strato fosse il motivo per cui si iniziò a identificarlo con questo nome.
Si tratta di un calcare marnoso (ovvero con una bassa percentuale di argille) di colore grigio o nocciola; una lunga esposizione alla luce riesce però a schiarirlo fino a risultare quasi bianco.

In scuro i cosiddetti "alberelli" che danno il nome a questo tipo di calcare marnoso.

Inquadramento geologico

Questo tipo di calcare proviene da depositi oceanici di origine alpina che risalgono al Paleocene/Eocene inferiore (fra 65 e 50 milioni di anni fa circa). 
L'oceano esistente allora e chiamato Ligure-Piemontese (leggi questo articolo per saperne di più), è stato suddiviso dai geologi in due Domini, Interno ed Esterno (uno più occidentale e l'altro più orientale). Il Dominio Ligure Esterno è formato da diversi depositi, delimitati da contatti tettonici (sovrascorrimenti) e uno di questi è chiamato Unità Morello. Questa unità è composta da alcune formazioni: Sillano, Pietraforte, Pescina e Monte Morello (che è un famoso rilievo vicino a Firenze). I depositi di calcare alberese fanno parte di questa ultima formazione, assieme a depositi di marne (misto di carbonati e argille) e flysch carbonatici (i flysch sono depositi di frane sottomarine).
In Toscana viene generalmente denominato alberese anche il calcare o calcare marnoso di colore bianco o grigio, cavato nell'area di Santa Fiora sull'Amiata o nell'area pisana.
Schema delle unità tettoniche fra la placca europea e quella africana (Adria).
Nel rettangolo nero la posizione dell'Unità Morello.

L'unità Morello (1), conosciuta anche come Supergruppo della Calvana
quando la suddivisione non era su base tettonica ma formazionale,
comprendendo vaste aree della Toscana e alto Lazio (2 e 3).


Utilizzo

Già i romani si sono serviti del calcare alberese per la costruzione. A Firenze sono stati trovati tratti di acquedotto e di strade costruite proprio con questa pietra. Ma è a Prato e Pistoia che il suo utilizzo ornamentale è maggiore, negli edifici sacri di età medioevale, in accoppiata con il Verde di Prato per la realizzazione dello stile romanico.
Esempio di stile romanico: La chiesa di San Bartolomeo in Pantano a Pistoia

L'utilizzo del Verde di Prato e di Alberese nella chiesa di San Giovanni Fuorcivitas, sempre a Pistoia.


Un altro utilizzo comune è la produzione della calce. Il calcare a 900 °C perde tutti i composti volatili (anidride carbonica ed acqua), tale processo è detto calcinazione. Quella che si ottiene è chiamata calce viva (CaO). L'aggiunta di acqua trasforma questa in calce spenta (Ca(OH)2). Se lasciata maturare in una vasca con eccesso di acqua, si ha la formazione del grassello, utilizzato per alcuni impieghi di muratura e per gli intonaci. Con l'aggiunta di sabbia forma un legante che indurisce con il tempo: l'esposizione all'aria permette l'assorbimento dell'anidride carbonica dall'atmosfera, formando nuovamente carbonato di calcio (CaCO3) che cementa i granelli di sabbia con il materiale utilizzato, spesso ghiaie e ciottoli. 


giovedì 27 ottobre 2016

E un terremoto a Pistoia?

In questo 2016 l'Italia centrale ha dovuto far fronte a due eventi sismici molto importanti. Le due scosse principali, la prima del 24 agosto di magnitudo 6.0 con epicentro ad Amatrice; la seconda del 26 ottobre di magnitudo 5.9 (preceduta da un'altra di magnitudo 5.4) con epicentro sui Monti Sibillini, hanno creato molta apprensione nella popolazione.
In diversi mi hanno chiesto, quindi, se anche la nostra città potesse subire, un giorno, un sisma di tali proporzioni. Da qui lo spunto per raccontare cosa dobbiamo aspettarci nella zona di Pistoia.

I terremoti storici

L'area di Pistoia è stata colpita diverse volte da terremoti più o meno distruttivi. L'intensità dei terremoti più antichi è stata stimata in base ai resoconti storici dei danni subiti dagli edifici. Pistoia risente molto anche dei terremoti generati in Lunigiana, Garfagnana e nel Mugello, che possono raggiungere intensità molto elevate.

Terremoti storici a Pistoia o nel pistoiese:
1193 - MAGNITUDO STIMATA: M 4.3
MARZO 1293 - MAGNITUDO STIMATA: M 5.6
4 OTTOBRE 1527 - MAGNITUDO STIMATA: M 5.3
17 NOVEMBRE 1904 - MAGNITUDO STIMATA: M 5.1
Terremoti storici con influenza anche su Pistoia:
07.05.1481 LUNIGIANA: M 5.6
13.06.1542 MUGELLO: M 5.9
27.10.1914 LUCCHESIA: M 5.8
29.06.1919 MUGELLO: M 6.1
07.09.1920 LUNIGIANA – GARFAGNANA:  M 6.4
(Fonte: catalogo CPTI15 dell'Ingv)

La struttura dell'Appennino settentrionale

Come già spiegato in un post sulla nascita del bacino Pistoia - Prato - Firenze, l'area toscana è caratterizzata da una tettonica di tipo estensionale, mentre il fronte che spinge verso nordest si trova oltre la catena appenninica.



Il fronte di spinta dell'Europa contro l'Africa, in questi milioni di anni si è spostato da Ovest verso Est e nei luoghi dove prima ha compresso le rocce accavallando le une sulle altre, adesso abbiamo delle depressioni dovute alla distensione che si è generata dopo il suo passaggio...

Le zone sismogenetiche

Il territorio italiano è stato suddiviso in zone cosiddette "sismogenetiche" (dette ZS), definite da limiti rappresentati utilizzando informazioni tettoniche o geologico - strutturali. Per ogni ZS è stato determinato il meccanismo di fagliazione prevalente. Per meccanismo prevalente si intende quello che ha la massima probabilità di caratterizzare i futuri terremoti significativi. Nel nostro territorio abbiamo 42 zone-sorgente e sono identificate con un numero, da 901 a 936, o con una lettera, da A a F.
La Provincia di Pistoia si trova a cavallo fra due ZS, la 915 e la 916.

ZS 915
Questa zona è caratterizzata da terremoti di elevata intensità (comprende le aree della Lunigiana, Garfagnana e del Mugello) e molto superficiali, caratterizzati da una tettonica estensionale, in continuità con le strutture presenti nelle zone più meridionali.
ZS 916
Questa zona è caratterizzata da terremoti di magnitudo inferiore alla precedente ma più frequenti e generati da strutture in distensione.

La magnitudo massima attesa per ogni ZS è stimata in base agli eventi storici ed a tutti i dati rilevati nel tempo (l'INGV è stato istituito nel 1999 ed ha riunito i maggiori centri specializzati nella geofisica e vulcanologia: l'Istituto Nazionale di Geofisica; l'Osservatorio Vesuviano; l'Istituto Internazionale di Vulcanologia; l'Istituto di Geochimica dei Fluidi; l'Istituto per la Ricerca sul Rischio Sismico). 

Il rischio

Calcolare il rischio sismico non è semplice, poiché è funzione di diversi fattori quali:
la pericolosità, ovvero probabilità che un evento con intensità nota si verifichi in una determinata area ed entro un certo intervallo di tempo;
la vulnerabilità, che è il grado di perdita prodotto su uno o un insieme di elementi esposti all'evento;
l'esposizione, che indica il valore degli elementi esposti al rischio e può essere espresso o dal numero di presenze umane o dal valore delle risorse naturali ed economiche presenti sul territorio.

A questo bisogna considerare che ogni abitazione risponde diversamente in occasione di un terremoto. Questo dipende dalla tecnologia di costruzione, il sottosuolo di fondazione, la qualità della manutenzione. Per questi motivi ultimamente si sta parlando del cosiddetto "fascicolo del fabbricato" (vedi il focus a fine articolo). 


E a Pistoia?

Sicuramente un edificio costruito o aggiornato alle più recenti normative ha un rischio minore, poiché la sua vulnerabilità è minore. La nostra città però è caratterizzata da numerosi edifici costruiti in epoche senza alcuna norma antisismica: dai palazzi storici in blocchi di pietra arenaria alle abitazioni costruite con semplici "sassi di fiume"; per non parlare di tutta l'edificazione "selvaggia" del dopoguerra. In occasione di un eventuale terremoto di elevata magnitudo, quindi, è lecito pensare che la comunità si troverebbe davanti  uno scenario di emergenza molto difficile da affrontare.
Non esistono studi scientifici al riguardo, anche se un articolo de L'Espresso riporta una stima di più di 4000 morti a cui però non mi sento di dare attendibilità, in mancanza di fonti specifiche.


Il Fascicolo del Fabbricato

E' stato istituito in Italia dalla delibera del 4/11/1999 del Comune di Roma, adesso è in attesa che venga reso obbligatorio in tutta Italia. Si tratta di un archivio anagrafico, aggiornato periodicamente, che contiene i seguenti dati:

1. Planimetrie e grafici che con evidenziate le modifiche di interesse strutturale
2. Le caratteristiche del sottosuolo 
3. La tipologia delle strutture di fondazione
4. La tipologia delle strutture in elevazione
5. L'eventuale presenza di fessure o lesioni 
6. La rispondenza a norma degli impianti (in particolare il rischio incendi)
7. Giudizio sintetico (diagnosi) circa il livello di degrado.

mercoledì 20 maggio 2015

Dopo 30 anni arrivano le nuove linee guida per il dissesto idrogeologico

Con ancora nella mente i disastri di Genova, Sardegna, Messina, Sarno e Quindici per dirne solo di alcuni dei più famosi, cui ho dedicato anche un post polemico, finalmente a Palazzo Chigi arrivano le nuove linee guida per intervenire nei contesti più a rischio.



"Vietati gli interventi di cementificazione e restringimento delle sponde fluviali o la copertura di fiumi e torrenti che hanno enormemente aumentato alluvioni e allagamenti. In coerenza con prescrizioni che saranno emanate da tutte le autorità di bacino, saranno possibili diversi interventi, sia strutturali come casse di espansione o vasche di laminazione delle piene e canali scolmatori, sia nuove opere previste come obbligo dallo Sblocca Italia dei 'contratti di fiume' per riqualificare e rinaturalizzare tratti fluviali."

Quindi innanzitutto stop al cemento che impermeabilizza i terreni, alla ricerca di pochi metri di suolo edificabile a scapito della sicurezza degli argini e delle persone in caso di alluvione. Questo vuol dire prevedere nuovi vincoli da parte delle Regioni che sono chiamate a identificare le aree a rischio ancora non tutelate. Chissà se l'adozione delle nuove linee guida influirà anche il settore vivaistico pistoiese, che con l'impermeabilizzazione dei terreni per la vasetteria ha scatenato non poche polemiche soprattutto nella piana.



Al contempo le linee guida indirizzano la progettazione delle opere di intervento sulle aste fluviali, favorendo la costruzione di casse di espansione, vasche di laminazione, canali scolmatori e altro sia necessario per la salvaguardia del territorio.
Queste opere sono sicuramente utili se progettate con criterio e non come il progetto della cassa di espansione ai Laghi Primavaera che potrebbe trovare nuova "forza" da queste linee guida.




venerdì 23 gennaio 2015

Terremoto del 23 gennaio 2015 sull'Appennino Tosco Emiliano

Uno sciame sismico ha interessato l'Appennino Tosco Emiliano nella zona di Castiglion dei Pepoli fra le province di Bologna, Pistoia e Prato durante la notte fra il 22 e 23 gennaio 2015.
Diverse scosse di magnitudo media di 2.5 e quattro scosse di magnitudo fra 3 e 3.2 hanno agitato il sonno delle persone residenti in montagna.

Alle ore 7:51 della mattinata di 23 gennaio una scossa di magnitudo 4.3 ha provocato molta paura e per fortuna nessun danno rilevante nella zona

Immagine con la localizzazione dell'epicentro del sisma di magnitudo 4.3

Gli Appennini fanno parte del sistema di scontro fra le placche tettoniche europea e africana iniziata circa 80 milioni di anni fa (potete leggere QUI come si sono formati) e tuttora il fronte di spinta si muove verso nordest
Sul versante emiliano, l'Appennino settentrionale è caratterizzato da sovrascorrimenti i più avanzati dei quali si trovano sotto la Pianura Padana, coperta dai sedimenti fluviali del Po e dei suoi affluenti; ci si aspetterebbe qui la spinta maggiore ma i geologi hanno riscontrato che molti dei terremoti appenninici rappresentano la riattivazione di antiche faglie più interne.

Schema tettonico dell'Appennino settentrionale. Si possono notare i fronti più avanzati nelle zone di Ferrara e Piacenza.
Più internamente le faglie riattivate che si trovano pressoché in corrispondenza della Via Emilia (linee con triangoli blu).
Sui rilievi invece si trova il fronte di avanzamento del basamento.
La zona di genesi del sisma si trova in una zona sotto posta a distensione (vedi in figura le frecce rosse dove è stata cerchiata la zona dove si trova il paese in questione) ed i dati forniti dell'INGV sul sisma di stamani lo confermano. 

Se andiamo a  vedere il meccanismo focale infatti notiamo che il piano di faglia si trova in direzione NO-SE (orientamento cosiddetto "appenninico" per avere la stessa direzione delle montagne da cui prende il nome) e i probabili piani di scivolamento sono inclinati di 60° verso sudovest e 30° verso nordest. 

Meccanismo focale con l'orientamento della faglia che ha originato il terremoto di M 4.

La struttura del sottosuolo di Castiglione dei Pepoli però è caratterizzata da quella che viene chiamata anticlinale, ovvero una piega con la convessità rivolta verso l'alto, considerata ancora attiva dai geologi e caratterizzata da tettonica compressiva; si può pensare quindi che la struttura che ha generato il sisma sia un'altra, più simile alle strutture del versante toscano degli Appennini.

Sezione geologica del sottosuolo compreso fra Castiglion dei Pepoli e Ferrara.

La zona è considerata ad alto rischio sismico, tanto che è previsto che possa essere colpita da terremoti di magnitudo massima fra 7 e 8, risentendo più che altro degli eventuali sismi molto intensi che potrebbero generarsi nel Mugello, come già avvenuto negli anni 1771, 1914 e 1920 (terremoti di intensità maggiore a M 5).


giovedì 20 novembre 2014

Pistoia, Il dissesto degli anni '64-'66

Dopo aver raccontato come stiano le cose nel sottosuolo di Pistoia, è necessario portare a conoscenza tutti di un precedente storico che riguarda proprio il precario equilibrio fra la città e le acque che la attraversano.

Agli inizi del 1964 il centro storico di Pistoia fu interessato da fenomeni di fessurazione che si svilupparono nel tempo, prima interessando solo alcuni edifici per poi allargarsi a buona parte del nucleo storico della città e infine cessare istantaneamente all'inizio del 1967. Nel 1980 fu cercata una spiegazione a tale fenomeno e fu prodotto un documento fra gli Atti del XIV Convegno Nazionale di Geotecnica e firmato da R.Fancelli (CNR Pisa), P.Focardi e G.Vannucchi (Università di Firenze), F.Gozzi (Comune di Pistoia).

La zona di S.Andrea, dove si verificarono le prime lesioni del 1964.
Fonte: "718PistoiaSAndrea" di Geobia - Opera propria. Con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 tramite Wikimedia Commons 

Inizialmente i danni furono circoscritti alla zona di S.Andrea con il Palazzo Fabroni che cominciò a presentare crepe diffuse sui muri con cadute di intonaco dalle parti alte dell’edificio; essendo all’epoca sede di una Scuola Media, gli alunni e gli insegnanti furono trasferiti per sicurezza. In seguito anche le adiacenti case Romagnoli iniziarono a mostrare cedimenti: il pavimento del salone del primo piano si sollevò e si ruppe lungo la diagonale; inoltre apparvero sui muri lesioni considerevoli. Gli stessi fenomeni iniziarono a verificarsi anche in altri edifici della Via S.Andrea, compresa l’omonima Chiesa e la casa del parroco. Nell’evoluzione del dissesto anche Via Abbi Pazienza fu interessata dagli stessi fenomeni presso il Monte dei Pegni, casa Lomi-Lazzerini fino alla casa parrocchiale di S.Filippo; dopodiché sia la Chiesa dello Spirito Santo che di S.Francesco iniziarono a presentare gli stessi danni degli altri edifici. In questo percorso di estensione del fenomeno non fu risparmiata nemmeno La Sala dove crollarono le pareti interne dei tetti del vecchio mercato, costruiti in cemento armato solo dieci anni prima; anche le case di Piazzetta Romana e i marciapiedi di Via Buozzi presentarono crepe; persino la Chiesa della Madonna dell’Umiltà subì qualche danno seppur in misura minore. Alla fine del 1964 i danni vennero registrati su una superficie di 25000 metri quadri; un anno dopo invece avvennero su una superficie grande almeno il doppio e i pistoiesi erano preoccupati per questo fenomeno che non riusciva a trovare una spiegazione; durante questo periodo di “psicosi da dissesto” molti proprietari, timorosi di veder calare il valore dei propri immobili, non segnalarono mai eventuali danni se non in casi di lesioni gravi alle strutture. Una relazione dell’Ufficio Tecnico indicò come il 10-15% degli edifici che si trovano nell’area dal dissesto siano stati interessati da lesioni gravi; indicò anche che la spinta principale sia orizzontale con asse ovest-est in base all’esame dei danni riportati dagli edifici (pavimenti rialzati che avevano come base volte a botte al livello sottostante, che reggono bene le spinte verticali ma poco quelle orizzontali, appunto).

Le aree colpite dal dissesto. In giallo l'area interessata dai danni nel 1964 e in celeste quella interessata nel 1965.

Nell’analisi generale però è stato constatato che le case danneggiate erano assai vecchie, costruite in mattoni o pietrame, avevano fondazioni dirette e appoggianti direttamente su un terreno di riporto o su un conglomerato a matrice argillosa detto “pancone”, quindi poco profonde; molte di queste abitazioni erano state ampliate e rialzate successivamente oppure avevano cantine scavate senza fondazione. Da segnalare che in molti casi si verificarono allagamenti di cantine che erano state sempre asciutte e scantinati dove l’umidità e la muffa avevano raggiunto livelli mai visti almeno a memoria degli abitanti; questo avvenne non solo nelle aree interessate dal dissesto ma anche nelle aree più esterne al centro storico.

La “grande accusata” quindi di questo fenomeno fu la falda freatica. Furono fatte misurazioni e fu individuata ad una profondità variabile fra uno e tre metri, molto alta quindi e questo spiega il perché dei dissesti.
Più difficile invece individuare la causa che ha portato all’aumento del  suo livello. Infatti all’inizio del 1967 questi si abbassò progressivamente e cessarono improvvisamente anche i casi di lesioni alle abitazioni del centro storico. Sapendo bene che l’autunno-inverno del 1966 fu caratterizzato da piogge molto intense (vedi l’alluvione di Firenze il 4 novembre) mentre negli anni precedenti non vi furono piogge di particolare intensità, la causa dei dissesti doveva essere svincolata dalla quantità di precipitazioni sul territorio; il regime idrogeologico della falda doveva essere stato modificato quindi dall’improvviso crollo di due briglie sul torrente Ombrone il 6 dicembre ’66 in località Ponte alle Tavole (in quell’occasione crollò anche l’omonimo ponte). Bisogna tener conto che la falda freatica sul territorio pistoiese si muove in direzione NW-SE e attraversa il torrente Ombrone prima di raggiungere la città: in caso di piogge e comunque nella stagione ibnvernale, l’acqua che scorre lungo il torrente può ricaricare la falda e il crollo delle briglie (alte circa 3 metri) ha diminuito la quantità di acqua trattenuta lungo il fiume e che poteva infiltrarsi nel sottosuolo.

Le briglie però furono costruite fra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo e quindi non potevano essere la causa di innesco del fenomeno (sebbene abbiano confermato che Ponte alle Tavole è il punto chiave per causare o prevenire dissesti pericolosi alla città di Pistoia), quindi fu individuata una modifica del regime idrogeologico ante ’64 nei lavori di dragaggio nella stessa area del fiume per ricavare materiale per l’ampliamento dell’autostrada A11, avvenuti negli anni ’62-’63 e compatibili con il successivo insorgere del dissesto.





Ponte alle Tavole. Luogo dove nel '66 crollò la briglia e poco dopo l'omonimo ponte.

In quell’occasione furono scavati circa 4-5 metri di materiale che probabilmente non consistevano solo in ghiaia e sabbia ma anche in limo che fungeva da impermeabilizzante naturale, aumentando le infiltrazioni nel terreno e provocando i danni che ormai ben conosciamo.

Considerando che le briglie non furono mai ricostruite e che lo spessore asportato non si è ancora ripristinato naturalmente, l’equilibrio idrogeologico della falda che interessa la città di Pistoia è molto precario e qualsiasi intervento sull’Ombrone può essere motivo di danni molto seri alla città. Se due briglie di 3 metri sono bastate per cagionare danni considerevoli a diverse abitazioni storiche, immaginiamo cosa potrebbe provocare una briglia alta quasi dieci metri proprio nella stessa zona (la pressione dell’acqua aumenta con l’altezza) nel momento in cui fosse davvero costruita la cassa di espansione ai Laghi Primavera; non solo quindi un rischio di crollo degli argini settecenteschi e pericolo inondazione della zona Ovest della città ma anche possibili allagamenti di seminterrati, problemi legati alla maggiore umidità degli edifici anche di recente costruzione e nuove lesioni agli edifici storici.

Inoltre, inteso come sia fragile e delicato il sistema delle acque sotterranee, dobbiamo chiederci se la costruzione del parcheggio di S.Bartolomeo in Pantano possa creare un ostacolo alla circolazione dell’acqua di falda e modificarne il percorso in maniera tale da compromettere la stabilità degli edifici storici che si trovano in tutta la zona Est entro il terzo cerchio di mura; questo considerando che già in fase di realizzazione potremmo avere variazioni locali del livello proprio per l’apertura dello scavo e possibili lesioni anche gravi ad abitazioni molto vecchie, nonché alla vicina Chiesa.

La Chiesa di S.Bartolomeo in Pantano nei pressi del quale potrebbe sorgere un parcheggio interrato.
Fonte: "PistoiaSBartolomeo01" di MM - Opera propria. Con licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 tramite Wikimedia Commons 

martedì 18 novembre 2014

Pistoia e l'acqua, un legame geologico

Pistoia sorge al limite occidentale della piana detta di Pistoia-Prato-Firenze, un bacino di età plio-pleistocenica legato alla tettonica di distensione che ha seguito l’evoluzione verso nordest degli Appennini, formatisi nel corso del tempo geologico dalla collisione fra le placche Africana ed Euroasiatica.



La città è suddivisa in due zone che si trovano a quote differenti, separate da una scarpata ancora visibile nonostante l’urbanizzazione; la sua origine è incerta e sono state formulate due ipotesi che però non sono state verificate: la prima individua la causa nella possibilità che l’Ombrone scorresse una volta dove adesso si trova la Brana, girando verso Est all’altezza di Capostrada rispetto al percorso attuale e quindi abbia eroso parte della conoide alluvionale creatasi in epoche più remote, dopotutto l’influenza data dall’energia del torrente Ombrone rispetto agli altri corsi d’acqua della zona è decisamente superiore; una seconda ipotesi prevede che una faglia sepolta abbia ribassato una zona rispetto all’altra e questo sembrerebbe avvalorato da analisi eseguite negli anni ’60 che hanno rilevato come il substrato roccioso si trovi a quote differenti proprio in prossimità della scarpata e formi una dorsale che rappresentava il limite occidentale di tutto l’ambiente lacustre che si estendeva fino a Firenze e dove scorre adesso la Brana; a Ovest della dorsale invece si trovano sedimenti più grossolani di ambiente fluviale e di pertinenza dell’Ombrone.

La prima ipotesi prevede che l'Ombrone un tempo scorresse dove adesso vi è la Brana, attraversando la depressione del Lago di Scornio

La seconda ipotesi prevede una faglia. In rosso è evidenziata la dorsale che divide il mondo fluviale dell'Ombrone dal mondo lacustre della piana.


Questa separazione si fisica che in termini di origine mineralogica dei sedimenti (principalmente Arenaria Macigno nei sedimenti fluviali dell’Ombrone, marne e calcari Alberese per i sedimenti lacustri) ha profondamente influenzato anche lo sviluppo della città nel corso dei secoli.

Sezione stratigrafica dove si ricostrisce la presenza della dorsale calcarea sepolta.


Il primo insediamento di origine romana (doveva essercene anche uno etrusco, ipotizzato grazie al ritrovamento di alcuni cippi funerari nelle fondamenta del Palazzo de’ Vescovi  ma non è mai stato individuato) si trovava nella parte più alta (il punto più elevato si trova infatti in quella che è chiamata attualmente Piazzetta Romana) della conoide alluvionale e protetta dalle acque che allora ricoprivano la zona orientale dell’abitato attuale. Venne costruita la prima cerchia di mura che fu circondata da fossati le cui acque provenivano dall’Ombrone (l’attuale Ombroncello) e sfruttavano il percorso naturale della Brana. Anche con l’ampliamento della città in età longobarda e la costruzione della seconda cerchia di mura, la zona orientale continuava ad essere caratterizzata da un ambiente inospitale, tanto che vi sono ancora toponimi come San Bartolomeo in Pantano, Via di Nemoreto, la stessa Porta Guidi veniva chiamata Porta “al Pantano” e altri che rimandano a “piscina” o “palude” indicano come l’acqua fosse sempre presente in quelle zone.

I percorsi delle tre cerchie di mura e delle principali gore cittadine

Solo in età comunale si fanno gli interventi idraulici che finalmente bonificano le zone e le riparano dalle esondazioni che spesso avvenivano a sud della città: la Brana e la Bure sono stati deviati per confluire nell’Ombrone molto più a Ovest, così come la Stella che proviene da Serravalle.

Pistoia e i corsi d'acqua che scorrono nel suo territorio. In tratteggio sono indicati gli antichi corsi che sono stati deviati nel tempo.

Dopo la caduta di Pistoia in mano ai fiorentini, la seconda cerchia ricca di torri e merletti venne abbattuta per umiliare la città e ne venne costruita una terza che vide la Brana deviata artificialmente per seguire il percorso della nuova cinta muraria e la chiusura dell’antico corso in quella che oggi è chiamata Gora di Scornio; anche gli altri corsi d’acqua sono tuttora esistenti anche se chiusi sotto la pavimentazione stradale e sono utilizzati come impianto fognario del nucleo più antico.


Pistoia ha quindi un passato legato alle acque che prima la circondavano per buona parte e successivamente l’hanno attraversata (tuttora la attraversano) per mezzo dei fossi e delle molte gore tuttora visibili e documentate (famosi anche i numerosi mulini che sorsero in età comunale).

La falda acquifera in città è molto superficiale e le sue oscillazioni si trovano ad interagire direttamente con le fondamenta degli edifici: ritengo che ogni intervento che agisca sull’assetto idrogeologico del territorio sia da valutare con molta attenzione (mi riferisco alla cassa di espansione ai Laghi Primavera e al parcheggio sotterraneo di San Bartolomeo), data anche la natura geologica del substrato su cui la città sorge, ovvero sedimenti fluviali e lacustri che testimoniano come Pistoia debba il proprio passato ed il proprio futuro all’acqua che da sempre scorre sul proprio territorio.

sabato 15 novembre 2014

Pistoia, la cassa d'espansione non s'ha da fare (ai Laghi Primavera)

Ieri sera sono stato all'assemblea pubblica dove le associazioni di cittadini e ambientaliste hanno cercato di avvertire la popolazione sulle conseguenze legate al progetto di realizzazione di una cassa di espansione ai Laghi Primavera; un'opera giudicata fondamentale da parte dell'Amministrazione Pubblica e inutile se non dannosa da parte delle associazioni.

L'assemblea pubblica di ieri sera.


Breve cronostoria

Vista dei Laghi Primavera

L'idea di realizzare un'opera di regimazione delle acque e di mitigazione del rischio idraulico sul suolo pistoiese parte dalla fine dello scorso millennio, giustamente dico io: sempre più spesso la piana pistoiese (Bottegone, Quarrata, Ferruccia, Vignole, Casini, Caserana e altri) devono fare i conti con le esondazioni dei fossi minori (chiamati in gergo acque basse) che non riescono a defluire nell'Ombrone, il corso di acqua principale (detto di acque alte). Dopo vari anni di protocolli di intesa fra Comune, Regione, Consorzio di bonifica (procedimenti più politici che tecnici) si arriva a decidere che il Comune di Pistoia sarà l'attuatore di questa opera. E il Comune si mette all'opera, appunto.
E' nel 2007 che arriva il primo progetto di cassa di espansione ai Laghi Primavera. Ma qualcuno ci doveva aver pensato prima, molto prima a quei laghi. Esistono modelli di previsione di piena dall'Ombrone su scala duecentennale (significa una piena talmente eccezionale che statisticamente avviene ogni 200 anni) dove si evince che l'Ombrone così come è adesso esonderebbe nella zona sud (all'Ex Campo di Volo); con una cassa di espansione ai Laghi Primavera questo non accadrebbe. Il modello di previsione si spinge oltre, prevedendo che le condizioni idrauliche dell'Ombrone migliorerebbero se fossero costruite altre al Ponte Calcaiola, lungo il Vincio e a Pontelungo ma chissà perché viene tutto rigettato e solo la cassa di espansione ai Laghi Primavera rimane. Il motivo? Nel 2012 personalmente l'ho chiesto al Sindaco Bertinelli durante la festa locale della Casa del Popolo di Torbecchia; in quell'occasione rispose semplicemente che i terreni a vivaio sono troppo cari per essere espropriati; la zona dei laghi non lo è, inoltre già ha degli invasi che facilitano la costruzione, quindi due più due fa quattro; chiaramente sottolineando che la cassa di espansione deve essere fatta per la sicurezza del territorio.

Adesso, nel 2014, il progetto del 2007 è stato modificato perché i finanziamenti sono stati ridotti da 32 a 17 milioni euro, una cifra esorbitante per un'opera che come vederemo risolverebbe soltanto un problema, ovvero l'allagamento del nuovissimo Ospedale San Jacopo inaugurato nel 2013, costruito su un terreno di riporto degli anni '40 (durante la seconda guerra mondiale) per realizzare un campo per l'aviazione, deviando e costringendo il percorso naturale dell'Ombrone in una zona più a sud.

In questo momento il progetto si trova al Ministero dell'Ambiente per valutare se sia necessaria una nuova Valutazione di Impatto Ambientale oppure sia ritenuta valida quella ottenuta già per il progetto del 2007 che era più grande e invasivo sul territorio. Ci sono 45 giorni di tempo per fare opposizione e sarà fatta ma il supporto dei cittadini per fare leva sulle decisioni comunale sarà fondamentale.

Cosa è una cassa di espansione?

Una cassa di espansione è una zona allagabile delimitata da strutture quali argini, dighe e altre di strutture che permettano il trattenimento di una certa quantità di acqua durante una piena, al fine di non avere tracimazione e quindi inondazione di aree a rischio (zone residenziali o industriali).

Schema di una cassa di espansione detta "in derivazione", come quella pensata ai Laghi Primavera

Questo tipo di opera permette, come già detto, di raccogliere l'acqua in eccesso e rilasciarla successivamente quando le condizioni idrauliche lo permettono.

Schema di una diagramma di piena. Con la cassa di espansione in derivazione, si riduce la portata di acqua nel momento di maggior afflusso e si rilascia quando il livello dell'acqua nei fiumi ritorna sotto controllo.
Ci sono dei problemi tecnici legati alla realizzazione di un'opera come questa e sono parte delle osservazioni fatte sulla sua realizzazione nel contesto pistoiese:

  • Per far tracimare l'acqua in eccesso nella cassa di espansione è necessaria la costruzione di una briglia che permetta di creare un mini invaso dove l'acqua aumenta di livello fino a raggiungere la soglia necessaria per far tracimare l'acqua nella cassa. Questo provoca, all'interno del corso del fiume, un fenomeno di sedimentazione a monte (dove si accumula l'acqua) che in parte va a riempire il fondo della cassa di espansione, riducendone la portata) e di erosione a valle (con problemi di equilibrio idrogeologico delle acque sotterranee come vedremo già accaduto a Pistoia negli anni '60).
  • la quantità di acqua accumulata tende a infiltrarsi nel terreno e passsare sotto gli argini fino a raggiungere la superficie (che si trova a un livello più basso) nelle zone adiacenti. Questo problema può generare quello che viene detto "sifonamento", ovvero l'acqua potrebbe concentrarsi e uscire in alcune zone più "deboli" dal punto di vista di qualità dei sedimenti e causare danni sia da allagamento che danneggiamento di eventuali strutture vicine.

Problemi specifici dell'Ombrone, dei Laghi Primavera e dell'opera in questione

Ci sono inoltre dei pericoli che pare siano stati sottovalutati e che siano specifici per l'opera in questione:

L'Ombrone è un torrente e questo già ci dice che per la maggior parte dell'anno è secco e le sue piene sono appunto a carattere "torrentizio", ovvero con alta energia con un elevato carico di sedimenti trasportato dalle colline sopra Pistoia. Questi sedimenti ostruirebbero in men che non si dica il fondo della cassa e il percorso del fiume a monte della briglia per la tracimazione, diminuendone la portata; quindi senza una costosa e continua manutenzione, si aumenterebbe il rischio di esondazione e di rottura degli argini che, va ricordato, sono del tempo del Granducato e già indicati come il punto debole e rischioso di tutta l'opera: se uno degli argini dovesse cedere in un momento di piena, la zona Ovest della città (San Biagio, Vicofaro, Ponte alle Tavole, il Viale Adua in generale) sarebbe allagata e l'acqua tracimata andrebbe verso sud (verso il basso topografico) e potrebbe raggiungere l'Ospedale San Jacopo (già la zona fu alluvinata per la rottura di un argine dell'Ombrone più di un secolo fa).

La pressione data da diversi metri di acqua in più rispetto alla norma, faciliterebbero l'infiltrazione dell'acqua nel sottosuolo e potrebbero crearsi gli stessi problemi di danneggiamento dei livelli seminterrati delle abitazioni avuti a metà anni '60 quando, in occasione della costruzione dell'autostrada A11, furono dragati diversi metri di ghiaia e pietrisco dal corso dell'Ombrone; fu eliminato un filtro naturale creato dal fiume stesso nel corso del tempo geologico e il problema interessò fino a 50000 metri quadrati del centro Storico di Pistoia, distante pochi chilometri. Se a questo aggiungiamo il già citato problema di erosione del fondo del fiume a valle dello sbarramento, il problema potrebbe diventare ancora più grande di quello che si pensi. Inoltre, è bene ricordarlo, è in corso il progetto di costruzione di un parcheggio sotterraneo a San Bartolomeo detto "In Pantano", una delle zone colpite dai problemi di innalzamento della falda appena citato. Quindi un ulteriore rischio per la popolazione da cercare di evitare.

Per avere approvazione da parte della popolazione è stato detto agli abitanti della piana Pistoiese che la cassa di espansione risolverà i problemi di allagamento nelle loro zone: niente di più falso. Il livello delle acque dell'Ombrone è generalmente alto perché in quel tratto il fiume è costretto a scorrere in un letto piccolo per eventi di pena anche piccoli; quindi con la cassa di espansione il livello dell'Ombrone rimarrà alto (nel progetto si parla di un abbassamento calcolato in 11 centimetri, ovvero niente) più a lungo (per lo svuotamento successivo della cassa dopo l'evento di piena) e terrà chiuse le portelle che impediscono ai fossi minori di scaricare l'acqua in Ombrone perché si trovano a una quota più bassa; sono loro, le acque basse, il vero problema delle alluvioni nella piana.



L'Ombrone è un fiume che è alimentato dalla falda acquifera, ovvero l'acqua arriva solo se la falda acquifera si trova in superficie. Un ulteriore carico di pressione provocherebbe velocità e pressioni delle acque sotterranee molto maggiori e con possibilità di allagamenti delle zone vicine proprio per l'uscita dal sottosuolo dell'acqua in eccesso. Una cassa di espansione seria dovrebbe essere interrata e trovarsi a un livello più basso del fiume da dove riceve l'acqua in eccesso ma in questo caso è l'Ombrone che si trova a un livello più basso della campagna circostante. Quindi lo sbarramento lungo il fiume sarà molto alto e le casse non saranno interrate proprio perché la falda, quando l'Ombrone è in piena, si trova in superficie; quindi la cassa sarà sopraelevata con argini di alti 8 metri e larghi 30 metri, realizzata con terra di cattiva qualità perché presa dal Bacino della Giudea (o bacino di Gello) dove tra l'altro sembra ci furono problemi di contaminazione di cromo esavalente, un elemento altamente nocivo per la salute umana. Questo inoltre prevederà 34000 viaggi di camion fra Gello e i Laghi Primavera con tutte le conseguenze del caso sulla viabilità ordinaria.

Schema di un fiume come l'Ombrone. La linea tratteggiata rappresenta la falda acquifera che in occasione delle piogge si alza e riempe il fiume che altrimenti sarebbe in secca.

Quale potrebbe essere allora il luogo ideale per una cassa di espansione efficiente? 
Semplice, dove sorge il nuovo Ospedale San Jacopo: quello è sempre stato il luogo dove le acque dell'Ombrone si riverserebbero naturalmente (e naturalmente ci hanno costruito, tanto per farci riconoscere come bravi progettisti) oppure al Bottegone ma già molti anni addietro l'ex assessore provinciale Giovanni Romiti fece di tutto per bloccare quel progetto così vicino a casa sua e a scapito dei vivaisti (leggete questo interessante articolo che fa un'analisi precisa quanto triste di tutta la situazione)...

Come sempre vi consiglio un mio vecchio post sui problemi di alluvione della piana Pistoiese e un mio sfogo sullo stato del rischio idrogeologico in Italia e il consglio di guardare il video documentario #dissestoitalia, in attesa di avere notizie sugli ulteriori sviluppi di questa vicenda.

E speriamo di non dover dire addio a questo bellissimo luogo a pochi passi dalla città...


L'Ombrone in Primavera, molto amato dai pistoiesi...