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martedì 10 novembre 2015

Inizia una nuova avventura

Un seme è stato piantato, adesso bisogna farlo germogliare. 

Scrivo questa nota per presentare a tutti un nuovo progetto su cui mi sto spendendo personalmente: sta per aprire una nuova associazione che ha come finalità la diffusione di un diverso modo di vedere l’ambiente e la natura che ci sta intorno. Dalla mia esperienza personale, mi sono reso conto di quanto ci sia bisogno e fame di sapere più approfonditamente riguardo gli eventi naturali che ormai quasi quotidianamente ci colpiscono. Con questo animo intendo cercare di fare divulgazione anche a chi non sa niente di geologia. Conoscere come siamo arrivati sin qui, lungo i quattro miliardi e mezzo di storia del nostro pianeta, imparando dagli eventi del passato e comprendere come la natura reagisca alle nostre azioni di oggi. Riuscire a dare il giusto peso a termini ormai abusati come “riscaldamento globale”, “rischio sismico”, “dissesto idrogeologico”. Informare perché ognuno possa capire perché non possiamo costruire come e dove vogliamo, non possiamo consumare le risorse quanto vogliamo, non possiamo piegare la natura al nostro volere; piuttosto dobbiamo conoscerla e trovare il giusto compromesso per vivere meglio.

Principalmente ci saranno escursioni ed esplorazioni ma spero anche conferenze, laboratori... Sto creando uno spazio libero sia per chiunque abbia voglia di apprendere che per chi abbia voglia di contribuire con la propria conoscenza. Tutti sono i benvenuti.

Per qualunque informazione contattatemi pure tramite messaggio privato.



Da dove nasce questo progetto?

Scelsi geologia leggendo la lista dei corsi sulla guida dello studente. Mi erano sempre piaciute le scienze naturali, specialmente i terremoti e i vulcani. Mi riaffacciavo dopo dodici anni nel mondo della scuola e sapere che a parte matematica, chimica e fisica, tutti gli altri corsi sarebbero stati nuovi anche per dei freschi liceali, mi aveva dato la spinta a iscrivermi, realizzando un sogno che coltivavo da diversi anni.

Da allora vedo il mondo con occhi diversi: quella “deformazione mentale” e quel “sentimento geologico” che mi hanno fatto sorridere quando li ho sentiti pronunciare dai docenti durante le lezioni, si sono letteralmente impossessati di me. Luoghi e angoli di mondo, anche i più comuni, visti e rivisti decine e centinaia di volte durante la mia vita, mi appaiono oggi assieme alla loro storia e le trasformazioni che la natura ha operato perché adesso io possa riconoscere la ragione della loro esistenza.

Quando si comprende il perché di una cosa, automaticamente nasce il desiderio di conoscerla più a fondo e di preservarla, magari migliorarla, abbellirla e celebrarla. Questo mi ha spinto a confrontarmi con altri colleghi che, come me, sono stati rapiti da quel mistero che sta scritto in ogni roccia e che può essere svelato solo da chi ne comprende la vera natura. Ho chiesto loro se fossero stati interessati a continuare quel viaggio iniziato insieme, facendolo uscire dai laboratori universitari e dagli studi professionali, portandolo fra la gente che ancora non presta abbastanza attenzione a ciò che gli succede intorno.

Adesso eccomi qui, assieme a un piccolo gruppo di amici, pronto per iniziare questa nuova avventura.


domenica 15 giugno 2014

GeoTrip #4/1 - Stromboli, il faro del Mediterraneo

La storia geologica della penisola italiana è legata a quella del Mediterraneo occidentale; la sua nascita ed evoluzione è legata allo scontro fra le placche europea ed africana che hanno permesso la nascita di catene montuose come le Alpi e gli Appennini nonché l'apertura di nuovi mari come il Bacino Balearico e il Mare Tirreno (accennato già nei post sul bacino Firenze-Prato-Pistoia e sul Sinis).

La rotazione del blocco sardo-corso e degli appennini.
Le frecce indicano la direzione di movimento delle placche tettoniche.



Stavolta vi racconto delle bellezze che potrete osservare nel Tirreno meridionale, precisamente in quello che è conosciuto come l'Arcipelago delle Eolie, una serie di isole di origine vulcanica (sono vulcani a tutti gli effetti!) che hanno affascinato l'uomo sin dai tempi antichi, che prende direttamente il nome dal mito di Eolo, incaricato da Zeus per controllare i venti e ha dato la residenza perfino ad una delle fucine di Efesto (Vulcano per i romani), il dio del fuoco e della metallurgia.

L'arcipelago delle Eolie




Ma geologicamente parlando, cosa rappresentano queste isole?


Sistema geologico Tirreno - Ionio


Le Eolie rappresentano un sistema di isole dette di "arco vulcanico": il Mediterraneo occidentale ed orientale sono due entità separate e distinte e la catena alpino-himalayana marca questo passaggio.

Schema di formazione delle isole di arco vulcanico
Studi geofisici hanno dimostrato che il fondo del Mare Ionio è costituito da una crosta oceanica antica e molto rigida che, dopo l'inizio di apertura del Mare Tirreno avvenuta circa 20 milioni di anni fa, ha iniziato a "subdurre" sotto quello che è al momento la zona più tormentata di tutta la penisola, ovvero l'arco calabro peloritano che sta procedendo verso sudest, svincolato dal resto della penisola tramite due faglie principali chiamate "Linea di Sangineto" e "Linea di Taormina" (vedi figura), permettendo la distensione ed assottigliamento del Mare Tirreno. 

Arco calabro-peloritano, punto in cui il Tirreno sta avanzando più velocemente.


Schema di apertura del Tirreno con evidenziata in rosso,
in blu la crosta oceanica ionica che subduce in prossimità della Calabria.


Schema della subduzione della crosta oceanica ionica in sezione.
Nel rettangolo rosso il punto dove si trovano le isole Eolie.

La crosta oceanica dello Ionio, scendendo in profondità nel mantello terrestre, raggiunge temperature e pressioni tali da permettere la fuoriuscita di elementi volatili (in primis l'acqua intrappolata nei suoi sedimenti) che favoriscono la fusione della parte sovrastante del mantello e la creazione di un sistema di vulcani in superficie quale le Eolie, appunto.

Stromboli

Di tutte le Eolie è sicuramente la più affascinante, l'unica che ancora presenta attività eruttiva e che richiama molti turisti ed appassionati.

Il profilo di Stromboli, ripreso dall'imbarcazione che ci ha accompagnato.

Svetta per quasi mille metri sopra il livello del mare ma ne nasconde altri duemila sotto, i suoi fianchi raggiungono pendenze di 40° costruiti dall'attività eruttiva iniziata circa duecento mila anni fa e uscita dal mare a circa 160 mila.
Nel corso dei millenni e delle varie eruzioni, Stromboli ha cambiato profondamente la sua fisionomia con la costruzione e successivo crollo di vari e molteplici crateri. I crateri che vediamo adesso risalgono a circa 13 mila anni fa e da allora i vari crolli hanno dato la forma alla famosa Sciara del Fuoco (che comunque esiste da circa 26 mila anni, legata al vecchio cratere detto I Vancori), il fianco sui cui adesso scendono i blocchi eruttati dal cratere di nordest. 

La storia geologica dell'isola di Stromboli comincia circa 200.000 anni fa, quando un primo vulcano attivo di grandi dimensioni emerge dal mare, in posizione NE rispetto all'isola attuale. Oggi di questo vulcano antico rimane soltanto il condotto solidificato (neck) rappresentato da Strombolicchio (vedi sotto).

Il vero e proprio vulcano di Stromboli emerge dal mare circa 160.000 anni fa. Inizialmente i centri di emissione sono nella parte meridionale dell'isola attuale, dove affiorano le unità più antiche appartenenti ai complessi del Paleostromboli I e II.
Circa 35.000 anni fa il centro di emissione migra leggermente verso nord e le emissioni di lava e i depositi piroclastici legati a eruzioni esplosive danno origine ad un cono che raggiunge quota 700 m s.l.m. (Paleostromboli III).
Le fasi successive della storia di Stromboli vedono la formazione ed il collasso calderico di vari edifici vulcanici. In particolare, a circa 34.600 anni fa risale il complesso eruttivo di Scari, osservabile presso Scari e a sud del paese sotto forma di spesse sequenze di bombe vulcanichelapilli e lahar. Mentre successivo (circa 26.000 anni fa) è il complesso del Vancori, caratterizzato da depositi piroclastici ebasalti shoshonitici. In questa fase, la cima del vulcano era occupata probabilmente da una grande caldera. Il ciclo Scari-Vancori si conclude con il collasso laterale (una grande frana) del settore occidentale e nordoccidentale dell'edificio vulcanico.
La fase successiva, a partire da circa 13.800 anni fa, vede la ricostruzione dell'edificio nel settore nordoccidentale. Il nuovo centro eruttivo, detto Neostromboli, è ubicato a nord dell'attuale costone dei Vancori. Contemporaneamente, alcuni centri eruttivi secondari danno origine al "Timpone del Fuoco" presso Ginostra, alle lave di San Bartolo e di San Vincenzo.
All'incirca tra 10000 e 5000 anni fa il settore nordoccidentale subisce nuovi collassi laterali (frane), lasciando una profonda depressione a forma di ferro di cavallo che si estende dalla cima fino ad una profondità di circa 2.000 m sotto il livello del mare: la Sciara del Fuoco. Lentamente la depressione viene riempita da materiale piroclastico e colate di lava. Il centro eruttivo attuale è rappresentato da un grande cono piroclastico che si trova nella parte sommitale della Sciara del Fuoco, a quota inferiore rispetto al Pizzo Sopra la Fossa, ed è caratterizzato, come detto sopra, dalla presenza di tre crateri allineati parallelamente alla Sciara, in direzione NE-SW.
Eruzione dal cratere di nordest


Pericolosità e rischio vulcanico

Se guardiamo Stromboli dal punto di vista della sua pericolosità e del rischio connesso alla sua attività eruttiva, non ci sono dubbi: Stromboli è molto pericoloso. Eppure ai suoi piedi ci abitano persone e l'attività turistica legata a "Iddu" (come lo chiamano i locali) è una delle fonti principali di reddito; è un rapporto molto delicato e che solo uno stromboliano può tentare di spiegare. 
L'Università di Firenze è presente da circa 30 anni con un osservatorio e coadiuva le ricerche scientifiche internazionali che studiano il vulcano; inoltre è Centro di Competenza della Protezione Civile in caso di allerta.

Da ricordare le eruzioni del 2002-2003 (con lo tsunami del 30 dicembre 2002) e del 2007.





Visitare Stromboli

Esistono molti sentieri che permettono di salire al vulcano ma, vista la pericolosità, è obbligatorio affidarsi alle guide escursionistiche che regolano l'accesso, in accordo alle disposizioni del Comune e della Protezione Civile che dirama un bollettino giornaliero sull'attività (non è raro che il divieto diventi assoluto nei momenti di particolare attività eruttiva).

Qui potete scaricare la carte dei sentieri di Stromboli e contattare l'associazione Magmatrek che gestisce le visite al vulcano.

Infine, l'album personale dell'escursione alle isole Eolie...

venerdì 21 marzo 2014

GeoTrip #2: Monte Serra, in bicicletta attraverso il triassico

Questo che vi presento è un percorso molto frequentato dai ciclisti toscani: fra Pisa e Lucca si trova un rilievo che apparentemente sembra essere "fuori luogo" rispetto a quello che si trova intorno, ovvero una pianura alluvionale (come già accennato nel post sulla storia geologica del bacino di Pistoia-Prato-Firenze) creata dal Serchio a nord e dall'Arno a sud.


Il Monte Serra al tramonto. In basso la pianura del Serchio


Il Monte Serra però è un rilievo molto importante dal punto di vista geologico: vi troviamo rocce che sono fra le più antiche della Toscana, risalenti a più di 400 milioni di anni fa e rocce che testimoniano l'inizio del separarsi della Pangea che invece hanno "soltanto" quasi 250 milioni di anni; qui ci troviamo in un ambiente che andava dal fluviale al mare basso e in questo GeoTrip ce ne potremo rendere conto.



Dal paese di Buti si inizia a salire lungo la strada che porta al Monte Serra dove si trovano i ripetitori della Rai, ben visibili a chilometri di distanza. Come potete vedere nella mappa (link), nella prima parte della salita incontriamo subito delle rocce formate da tanti pezzi di minerali, per lo più sul bianco e sul rosato e sono chiamate Anageniti Grossolane: si sono depositate in un ambiente fluviale ad alta energia e molto vicino ai rilievi da cui ha prelevato e poi depositato i frammenti che vediamo incastonati in questa matrice grigiastra; dobbiamo immaginarci fiumi che portano detriti come quelli che scendono giù dalle Alpi e arrivano nella pianura con la forza di un torrente in piena, soltanto che questi fiumi scorrevano verso Ovest, quindi dobbiamo pensare che una volta ci fossero state delle montagne ad est e quindi verso l'Umbria, che adesso sono state smantellate, sepolte e questa è la loro testimonianza.


Le Anageniti Grossolane, trasporto fluviale ad alta energia


Salendo il paesaggio cambia: le rocce intorno hanno un aspetto totalmente diverso, si sfaldano molto facilmente e se fate attenzione potrete notare delle vene bianche che le attraversano: questo è il mondo delle "Filladi e Quarziti listate di Buti" che abbiamo già incontrato a Punta Bianca ma qui hanno un aspetto molto diverso, vanno dal rossiccio al viola per via dell'accumulo di ferro sottoforma di ematite. 


Le Filladi e Quarziti listate di Buti in un particolare molto suggestivo:
le lineazioni rappresentano un "clivaggio di crenulazione",
ovvero l'indizio di piegamenti avvenuti in profondità a causa della tettonica
Qui su due direzioni diverse, quindi in due momenti geologici diversi.


Quasi in cima al tratto in salita possiamo riconoscere di nuovo le Anageniti Grossolane sopra le Filladi di Buti ed il netto passaggio da una formazione all'altra indica che l'ambiente di deposizione è cambiato bruscamente.

Da questo punto del percorso in poi, incontriamo solo rocce del triassico (fra 200 e 250 milioni di anni) che ci accompagneranno fino alla cima del Monte Serra; infatti, facendo due tornanti e arrivando dove la strada inizia ad avere una minor pendenza, troviamo sull'orlo del burrone il passaggio dalle Anageniti Grossolane agli Scisti Violetti: non è che le rocce siano viola se non le spacchiamo almeno con il martello ma vediamo che i frammenti di minerali che riuscivamo a vedere molto bene prima, adesso non lo sono più; cambiando rocce, cambia anche l'ambiente dove si sono sedimentate; siamo passati da un ambiente molto vicino ai rilievi ad uno di pianura, precisamente in una piana di esondazione, dove il fiume che la attraversava riversava sabbia e limo durante le alluvioni.


A sinistra le Anageniti Grossolane
A destra gli Scisti Violetti


Poco dopo ci ritroviamo ad attraversare delle rocce molto familiari, assomigliano al Macigno e in effetti sono delle arenarie ma la loro genesi è diversa: si chiamano "Anagenti Minute" e rappresentano una zona di pianura vicino alla foce di un fiume, quindi con i suoi canali che si dividono e si immettono in mare. Proprio attraversando questo mondo si arriva al bivio per Monte Serra (Prato Ceragiola), quindi girate a destra e continuate la salita che vi porterà attraverso un altro mondo totalmente diverso.

Se fino ad ora abbiamo attraversato la successione chiamata "Formazione della Verruca" di età triassica media (250-240 milioni di anni circa), dopo poco aver svoltato ci troviamo dentro la "Formazione di Monte Serra" di età carnica (240-230 milioni di anni circa): le rocce vi sembreranno tutte uguali, ovvero sempre delle arenarie ma intercalate a queste ci sono anche degli scisti e il loro colore è grigio-verde, soprattutto se rompete la roccia con un martello; da un ambiente fluviale si passa agli "Scisti e Quarziti Verdi" di mare sottile. 

Quindi il percorso che abbiamo fatto fino ad adesso dal fondovalle ci ha accompagnato nel tempo e nello spazio: da un mondo emerso con rilievi e fiumi torrentizi a una pianura alluvionale e adesso sott'acqua in un ambiente dove il ricircolo non è sufficiente a ossigenare l'acqua ed è il colore della roccia che mi indica questo, altrimenti avrei avuto colori fra il rosa, rosso, violetto come le rocce incontrate precedentemente, quando l'ambiente era ancora emerso.


I segni della Primavera sul Monte Serra


Si arriva quindi in cima alla salita (Prato di Calci) e la strada si divide per arrivare ai ripetitori. Sono strade private ma in bicicletta si può comunque andare. A sinistra si può scendere per tornare verso Pieve di Compito e la SS439 che corre sottomonte e che porta a Lucca oppure a Bientina; noi però abbandoniamo per un po' il mezzo di trasporto e ci incamminiamo nel sentiero che dall'incrocio risale verso i ripetitori Rai per poter guardare le rocce più da vicino e anche il panorama, dove è possibile ammirare l'Arno e i bellissimi meandri che attraversano la pianura di fronte al Mar Tirreno.


La pianura dell'Arno e il Mar Tirreno visti dal Monte Serra


Alcune di esse hanno delle vene di quarzo e in alcuni casi è possibile ammirare dei piccoli cristalli che sono cresciuti negli interstizi. Se siete particolarmente fortunati potreste trovarne qualcuno grande abbastanza, che vi permetta di riconoscere le facce cristalline, il mio consiglio magari è di cercare anche in terra, molte volte i cristalli più grossi si staccano dalla roccia e rimangono sul terreno e potreste trovarne uno come ho trovato io...


Un cristallo di quarzo, molto comune in questi suoli


Arrivati sotto i ripetitori Rai noi torniamo indietro ma il sentiero prosegue in discesa per arrivare fino al bivio di Prato Ceragiola (quindi potreste fare il percorso inverso, ovvero lasciare la bici nei pressi del ristorante e salire fino al Prato di Calci a piedi). 


Il sentiero che può essere percorso, noi ne abbiamo fatto solo una parte.


Nota di servizio: Il ristorante "I cristalli" ci ha fatto due fette di pane con crudo e fontina da manuale, sia in dimensione che qualità del prodotto...

Scendendo quindi verso Calci, le rocce grigie che ci hanno accompagnato fino ad ora lasciano il posto al panorama e alle Quarziti Bianco-Rosa, ovvero delle arenarie con strutture inclinate rispetto alla stratificazione che ci indica un ambiente deltizio, il limite subacqueo dove i fiumi lasciano i propri sedimenti.  


Le arenarie con ben visibili le strutture di trasporto dei sedimenti


Si arriva quindi al caratteristico e grazioso borgo di Calci, con i suoi ponticelli in pietra e le sue forre che trasportano velocemente i depositi di versante accumulati in queste ultime migliaia di anni. Purtroppo bisogna far notare che il borgo di Calci si trova nel posto meno indicato per costruire un centro abitato, ovvero in una stretta valle già teatro di frane e dove le acque tendono ad accumularsi in caso di forti piogge, aumentando così il rischio idrogeologico. 



Da Calci si può riprendere la SP2, poi la SP38 e tornare verso Vicopisano e quindi Buti, in modo da poter chiudere il percorso e ammirare le grandi cave di Calcare Massiccio (di cui parlerò prossimamente) e attraversare il famoso paese di Uliveto Terme, le cui acque mineralizzate hanno avuto tanto successo in passato e oggi (attraverso dei famosi spot pubblicitari che sponsorizzano l'acqua adatta agli sportivi e per chi vuole essere bella dentro e bella fuori).


Qui sotto la mappa del GeoTrip:


lunedì 24 febbraio 2014

GeoTrip #1: La Serie Geologica di Punta Bianca

Fra la foce del fiume Magra e il Golfo della Spezia si trova un promontorio particolarmente suggestivo sotto diversi punti di vista: panoramico, storico, naturalistico e naturalmente, geologico. E' il famoso promontorio di Caprione e il luogo è chiamato Punta Bianca, che prende il nome dalla presenza di calcari bianchissimi che caratterizzano il paesaggio, immerso nella macchia mediterranea fra i lentischi e le ginestre.
Punta Bianca 

Dal 1995 è una riserva naturale che comprende anche il medio corso del fiume Magra, la bassa parte del fiume Vara e tutto l'area dominata dall'alto da Monte Marcello.
Questo luogo è interessante dal punto di vista geologico perché rappresenta un momento chiave della storia evolutiva dell'Appennino Settentrionale ed un ambiente unico nel suo genere.

La spaccatura della Pangea,
avvenuta quasi 200 milioni di anni fa
Immagine da: Wikimedia.org
La Pangea, il supercontinente formatosi nel Paleozoico che riuniva tutte le terre emerse, inizia a mostrare segni di cedimento: le placche che la compongono cominciano ad allontanarsi, producendo un effetto di distensione che assottiglia la crosta terrestre e formando, nei punti di maggior debolezza, quelli che comunemente vengono chiamati rift (famoso è quello africano dove si trova anche la Dancalia, un altro luogo geologicamente da sogno), ovvero delle depressioni che possono essere sommerse dal mare (è quello che sta succedendo attualmente nel Golfo Persico) per poi arrivare alla nascita di un nuovo oceano.


Qui a Punta Bianca però non tutto va come dovrebbe e il rift si ferma, senza arrivare alla spaccatura come invece accadrà in altre zone fra il Gondwana (che corrispondeva ad Africa, Sud America, India, Australia ed Antartide) e la Laurasia (che corrispondeva ad Europa, Nord America ed Asia).

Dalla strada che porta a Monte Marcello (qui il tracciato) si seguono le indicazioni turistiche per Punta Bianca e si prosegue fino alla fine della strada bianca. Lasciando la macchina e scendendo a piedi lungo il sentiero, subito ci imbattiamo in quello che è il basamento su cui si sono depositati i sedimenti che costituiscono l'Appennino Settentrionale: si chiamano "Filladi e quarziti di Buti" e prendono il nome dal luogo dove sono state riconosciute per la prima volta, quindi capiamo subito che ci troviamo davanti a qualcosa che caratterizzava un ambiente esteso per molti chilometri, quasi 450 milioni di anni fa nell'Ordoviciano superiore. Sono rocce che si sfaldano facilmente lungo una superficie preferenziale perché, più di 300 milioni di anni fa, hanno subito una pressione molto elevata che ha modificato le caratteristiche originali della roccia: questo processo in geologia si chiama metamorfismo, le rocce vengono trasportate in profondità a pressioni e temperature talmente elevati che i minerali che le compongono si modificano. Questa è la testimonianza della formazione della Pangea, dello scontro fra i paleocontinenti in cui si formano nuove catene montuose, appartenenti a quella che viene chiamata "Orogenesi Varisica o Ercinica".


Le filladi e quarziti di Buti. Essendo scisti, sono molto scivolosi e sono le pietre con cui è stato lastricato il sentiero in alcuni punti, quindi fate attenzione!

Continuando a scendere lungo il sentiero si raggiunge un avamposto della Marina Militare risalente alla seconda guerra mondiale: sotto di essa affiora una struttura geologica dove si vedono rocce formate da tanti frammenti di diverso tipo e che si chiamano conglomerati: rappresentano il primo indizio che il continente inizia ad assottigliarsi in alcuni punti e, dai rilievi che si formano nelle zone non interessate dalla distensione, iniziano ad arrivare sedimenti erosi dagli agenti atmosferici; quelli che vediamo qui sono di un ambiente molto vicino alle montagne e sono stati datati a circa 240 milioni di anni fa, in una età chiamata Anisico... Li troviamo assieme ad altri enormi blocchi staccatisi dal promontorio che si riferiscono però a momenti più recenti della storia geologica del luogo ma ugualmente belli da vedere: sono fatti da una matrice scura, a volte grigia e a volte viola, con dentro moltissimi frammenti lenticolari di calcare bianco e sono chiamati megabrecce. Queste ultime fanno parte di un ambiente già sommerso dal mare e ad una certa profondità, probabilmente in fondo alle scarpate e canyon sottomarini in cui arrivavano per franamento i depositi accumulati a profondità minori.


I blocchi di megabrecce staccatisi dal promontorio


Particolare delle megabrecce:
abbiamo peliti violacee con lenti di calcare bianco e vulcaniti verdi
Se volgiamo lo sguardo verso il promontorio non possiamo non vedere quelli che sono i depositi caratteristici di tutta la zona: chiamati "Marmi bianchi di Punta Bianca", sono un deposito sottomarino non molto profondo, formato dallo smantellamento di una piattaforma carbonatica in erosione.

Avanzando fra i blocchi in direzione della punta, facendo attenzione a non scivolare, possiamo notare delle strutture molto particolari: si formano quando la roccia viene sottoposta a pressioni tali da piegare i vari strati. 

Quelle che vediamo però sono dette "pieghe parassite" perché sono piccole di dimensioni e facenti parte di una piega più grande: infatti Punta Bianca rappresenta una grande piega, generata durante l'orogenesi della nostra penisola.


Pieghe parassite che si vedono dirigendosi verso la punta del promontorio

Queste fitte lineazioni si chiamano "clivaggio"
sono un indice di come e in quale direzione gli strati rocciosi si sono piegati

Pieghe parassite da manuale!



















Sezione geologica dell'area di Punta Bianca


Sotto il bastione militare questa struttura si vede benissimo, con i conglomerati che avvolgono le filladi ma bisogna guardala dal mare, visto che a piedi il passaggio è troppo pericoloso.

A metà altezza del promontorio si vede un sentiero che porta dall'altro lato ma una recente frana impedisce il passaggio; dall'altro lato si arriva al punto di massima distensione del rift, con la deposizione di basalti a pillow (cuscino) che si sono formati nelle zone di frattura profonda che arrivava fino al mantello terrestre. Comunque è possibile andare alla spiaggia di Punta Corvo, attraverso il sentiero n.3d del CAI, partendo dal paese di Monte Marcello, per poter ammirare questi depositi vulcanici i cui sedimenti vanno a formare questa particolarissima spiaggia fatta di sassolini naturalmente grigio scuri.
La spiaggia di Punta Corvo, proprio sotto Monte Marcello
immagine presa da Google Earth

L'unico avvertimento è quello di informarsi se il sentiero è aperto a causa delle frequenti frane che avvengono lungo i fianchi del promontorio del Caprione, che solitamente comportano la chiusura temporanea anche della spiaggia.

Quindi, se deciderete di andare a passare una giornata in queste zona, vi consiglio di aguzzare la vista perché ogni roccia potrebbe riservarvi delle sorperse, come questi accumuli di pirite (ormai alterata in ematite)!
Minerali cubici di pirite, ormai alterati in ematite (il ferro si è ossidato)