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domenica 10 settembre 2017

Alluvione a Livorno, riflessione sulla prevenzione

Nella notte fra il 9 e 10 settembre 2017, una intensa attività temporalesca ha interessato le regioni tirreniche. La mattina seguente, la città di Livorno è risultata gravemente colpita e con 8 morti.

L’impulso di scrivere un post sull’argomento mi è arrivato da alcuni particolari di questa vicenda: molte delle vittime si trovavano in seminterrati o scantinati, quando, anche a causa di una tombatura non adeguata, un corso d’acqua è esondato, riversandosi nelle strade della zona sud della città.

Foto tratta dal quotidiano Il Tirreno-Livorno

Ma partiamo da due dati oggettivi:

In 3 ore sono caduti localmente fino a 250 mm di pioggia, un valore che supera le stime per eventi con tempo di ritorno di 500 anni.

La Regione Toscana, nella giornata del 9 settembre, ha diramato una allerta meteo di alto rischio (arancione) per 24 ore, a partire dalle 00:00 del 10 settembre.

Vediamo quindi di capire cosa questo significa e, successivamente, cosa è successo. 

Idrogramma che mostra molto bene l'intensità di pioggia in così poche ore.
Immagine tratta dal sito sir.toscana.it
Il Servizio Idrologico Regionale fornisce quelle che sono le linee segnalatrici, ovvero i valori massimi di pioggia attesa per un tempo X di ore, per eventi che capitano ogni Y anni. Valori comparabili con quanto accaduto a Livorno non se ne trovano. Il massimo valore stimato per una pioggia di 3 ore con un tempo di ritorno di 500 anni è di circa 160 mm, quindi molto inferioreQuesta però non deve essere una attenuante, poiché quanto è successo ha delle concause che sono di una certa gravità da mettere in evidenza.

Immagine tratta dal sito sir.toscana.it

Il sistema di allerta regionale (da poco uniformato a livello nazionale) si basa su tre livelli, caratterizzati da un colore che può essere giallo, arancione o rosso. Dal portale della Regione Toscana si può leggere a cosa serva questo sistema di allertamento e come funziona:

  • segnalare preventivamente la possibilità di verificarsi di eventi meteo potenzialmente pericolosi;
  • attivare presso i soggetti istituzionali e le altre strutture operative la verifica della capacità di intervento in caso di necessità
  • mettere in atto alcune misure di protezione preventive nei casi in cui queste siano possibili, come previsto nei piani di protezione civile.
La comunicazione dell'allerta è indirizzata anche ai cittadini, perché prestino attenzione ai possibili rischi connessi ai fenomeni meteo e affinché adottino comportamenti corretti durante gli eventi.

L'auto-protezione è infatti lo strumento più efficace per garantire la propria sicurezza, soprattutto in caso di eventi repentini.




  • per livello di criticità con codice GIALLO
    le strutture competenti a livello locale vengono avvisate per via telematica in modo che possano da verificare che siano pronte attivarsi in caso di necessità e che possano seguire l'evoluzione durante il manifestarsi degli eventi. In generale il codice giallo è relativo ad eventi potenzialmente pericolosi ma circoscritti, per cui è difficile prevedere con anticipo dove e quando si manifesteranno. A livello regionale viene attivata una fase di "vigilanza" particolare relativa all'evoluzione dei fenomeni meteo.
  • per livello di criticità con codice ARANCIONE o  ROSSO
    il Bollettino assume valenza di "Avviso di Criticità": viene adottato dal Sistema Regionale di Protezione Civile come "Stato di Allerta Regionale", diramato a tutti i soggetti che fanno parte del sistema di protezione civile regionale: Province, Comuni, Prefetture, strutture operative, volontariato, gestori dei servizi e della viabilità al fine di rendere questi soggetti pronti a fronteggiare l'evento ed adottare misure di preparazione e prevenzione se possibili, eventualmente diversificate per i due livelli in base alle proprie procedure operative.

    Dell'emissione dello stato di allerta è data massima diffusione anche tramite comunicati stampa, diramati attraverso i diversi canali possibili (tv, radio, web, social networks). 
Nogarin, il Sindaco di Livorno, ha accusato il servizio di allerta meteo di aver lanciato un allarme soltanto arancione e non rosso, che avrebbe permesso di attivare ulteriori procedure di sicurezza. Da come sono riportati sul portale regionale, è evidente come i due livelli di allerta siano considerati insieme e in entrambi i casi tutti i soggetti interessati (Province, Comuni, Prefetture, strutture operative, volontariato, gestori dei servizi e della viabilità) devono essere pronti a intervenirePersonalmente, questo sembra uno scaricabarile poiché quando viene diramata un’allerta arancione, il territorio deve essere monitorato continuamente e, secondo l’evolversi della situazione, devono essere prese le opportune decisioni ed informata costantemente la popolazione. Cosa che non è stata fatta. Inoltre, visto che il Sindaco ha fatto leva sulla drammatica presenza di vittime , domandiamoci perché quelle persone si trovavano nel luogo meno indicato in caso di allerta idrogeologica e perché si è creata questa situazione, visto che la differenza di colore dell’allerta ha inciso poco o niente.


Per questo, riprendo l’analisi davvero ben fatta da Massimo della Schiavasulla pagina Facebook di Geologi.it:

Il principale indiziato è il Rio Maggiore, la cui esondazione ha causato alcune delle vittime che, purtroppo è triste dirlo a posteriori, potevano salvarsi.

La Villa Liberty, dove si è consumata la tragedia, si trova in area a pericolosità idraulica elevata, in adiacenza del tratto tombato del Rio Maggiore: corso d’acqua che misura una lunghezza complessiva pari a 9.5 Km, all’interno di un bacino idrografico stretto e lungo, con un sensibile sviluppo longitudinale, con onde di piena che si manifestano con una forma allungata e picchi di massima piena poco pronunciati.

Aree di pericolosità idraulica del Rio Maggiore.
Foto tratta dalla pagina Facebook di Geologi.it

Dagli anni ’20 agli anni ’60, a causa dell’urbanizzazione intervenuta nella zona e per esigenze sanitarie, dal Cimitero della Misericordia fino alla foce, il tratto terminale dell'asta è stato, per una lunghezza di circa 1 Km, sostituito da un collettore.

Il Rio Maggiore è stato oggetto di uno Studio idrologico-idraulico predisposto dal Prof. Stefano Pagliara su incarico dell’Amministrazione comunale di Livorno dove sono state
1.Realizzate le cartografie recanti l’inviluppo delle altezze d’acqua di esondazione per Tr ( 20, 30, 200 e 500 anni);
2.individuate le opere necessarie per la messa in sicurezza definitiva del corso d’acqua (come da normativa secondo la piena con Tr 200 anni):
in primo luogo le casse d’espansione che, secondo le verifiche volumetriche ed ingegneristiche eseguite, permettono di ricreare le condizioni di generale messa in sicurezza idraulica del Rio Maggiore, non soltanto in chiave del “Nuovo Centro”, ma soprattutto per le reali condizioni di insicurezza che si riscontrano sul punto di tombamento.
altri interventi strutturali quali ricalibrature di argini, di ponti, della sezione d’alveo in alcuni tratti ecc..

Sulla base delle risultanze Studio effettuato sul Rio Maggiore (nel Progetto preliminare delle opere idrauliche per la sistemazione del Rio Maggiore” ed approvato con parere favorevole dal Comitato di Bacino di rilievo regionale Toscana Costa con prot. n.371 del 29 luglio 2009 http://www.comune.livorno.it/…/uploa…/2009_05_4_12_19_04.pdf ), la messa in sicurezza idraulica del corso d’acqua è affidata alla realizzazione di n. 4 casse d’espansione individuate come ASIP (Aree Strategiche per Interventi di Prevenzione) i cui lavori sono, allo stato attuale, terminati e l’opera collaudata dall’Ente preposto.

La Villa dove ci sono state vittime, che dovrebbe essere stata realizzata degli anni ’20, si trova in un basso morfologico all’altezza del vecchio alveo del Rio Maggiore, mentre Viale Nazario Sauro e via Rodocanacci sono ad una quota di 3-4m maggiore e corrispondente probabilmente ad un vecchio terrazzo alluvionale.

Foto con evidenziate le casse di espansione, tombatura e percorso del Rio Maggiore.
Foto tratta dalla pagina Facebook di Geologi.it

Durante la notte dell’evento temporalesco, le casse di espansione del Rio Maggiore sono entrate in funzione ed hanno evidenziato la loro efficacia, facendo diminuire la portata in entrata al punto di tombamento e limitando i danni nella zona.

La domanda principale rimane quindi come l’acqua abbia fatto ad arrivare alla Villa Liberty e così improvvisamente, senza lasciare scampo alle vittime, visti i limitati danni e la limitata estensione dell’esondazione.

Dopo aver sentito una persona che abitava proprio li alla villa, si è saputo che il collettore aveva un portellone di entrata per la manutenzione e la pulizia, una apertura che permetteva l’ingresso anche ad un piccolo escavatore. Quello che si è subito pensato è che la conduttura sia entrata in pressione o per la portata in ingresso o per una parziale ostruzione e che quindi il portellone (una debolezza strutturale del collettore) non ha retto la spinta dell’acqua e che quindi sia “saltato” facendo defluire nel resede della villa l’acqua del Rio Maggiore con una intensità tale da salire rapidamente senza lasciare scampo agli abitanti del piano terreno. Dalla testimonianza sembra anche che questo fatto sia già accaduto in passato, circa 37 anni fa. Da un sopralluogo il portellone risulta però integro… Ci saranno comunque delle indagini per chiarire la questione.

Se le vittime avessero saputo del rischio che stavano correndo, probabilmente sarebbero salite al piano superiore per stare al sicuro. Per questo sono due gli aspetti da affrontare: infondere alle persone non esperte una coscienza geologica in grado di renderle consapevoli di un rischio in modo autonomo; come propone il prof. Nicola Casagli dell’Università di Firenze e riportato nel post di Massimo Della Schiava, che il sistema di allerta giunga alle persone direttamente dal servizio regionale, mettendole allo stesso pari dei soggetti che si devono attivare, eliminando un passaggio intermedio che come si è visto è stato fatale.

Un altro punto su cui riflettere è su come e dove si costruisce. Lo dicono in tanti (anche Nicola Casagli) e lo dico anche io da tempo, i toponimi delle località non sono dati a caso: se un luogo si chiama Stagno, sarà bene andare a vedere come mai e qual è la storia del luogo, per progettare meglio le infrastrutture che si intende costruirvi o magari evitarlo proprio (scelta consigliata, dico io).

Infine non può essere evitato l’ennesimo riferimento alla manutenzione, la gestione dei corsi d’acqua e con esse il ringiovanimento delle opere vecchie, visti anche i continui aggiornamenti normativi… 

Si ringrazia Massimo della Schiava per il permesso a pubblicare parte di un suo post.


Per tornare a Nogarin, nel 2014 promuoveva la mitigazione del rischio idrogeologico con una serie di interventi: sarebbe interessante capire cosa sia stato fatto; se e dove si è operato ci sia stato effettivamente beneficio proprio alla prova di questo evento eccezionale oppure anche stavolta, come molte altre, alle parole non sono seguiti i fatti.

sabato 21 gennaio 2017

Neve e pioggia, condizioni ideali per il dissesto idrogeologico

Quante volte avrete sentito parlare delle centinaia di migliaia di frane presenti sulla nostra penisola? Parte di esse si trovano in aree (arco alpino e appennini) in cui, durante l'inverno, può accumularsi una discreta quantità di neve. Questa rappresenta la riserva di acqua che servirà in primavera per tutte le attività umane, agricole e non. Sappiamo anche che una nevicata eccezionale può trasformarsi in un problema, soprattutto per gli abitanti delle zone colpite. Abbiamo tutti a mente il dramma delle nevicate nel centro Italia durante questo gennaio 2017, con interi comuni e frazioni isolati da diversi metri di coltre bianca. Un effetto da non sottovalutare in occasione di questi eventi è il momento dello scioglimento. Un rialzo delle temperature ed un cielo sereno possono far sciogliere in un tempo ragionevolmente lungo il manto nevoso; diverso invece se lo scioglimento è facilitato dalle piogge. Peggio se sono abbondanti.



Il binomio neve + pioggia può essere letale in alcuni casi. In un'area di frana, il pericolo principale per un suo innesco è la quantità di acqua che viene assorbita dal terreno. Quando si arriva a saturazione, le proprietà meccaniche del terreno sono quantitativamente le minime e la probabilità di un movimento è maggiore.
Ad una situazione ipotetica in cui già abbiamo precipitazioni di decine di millimetri di pioggia oraria, si va ad aggiungere la quantità di acqua proveniente dalla neve sciolta dalla pioggia stessa. Se è compatta ed "asciutta", si stima che un centimetro di neve corrisponda a circa un millimetro di pioggia. Se è "bagnata", i millimetri di pioggia equivalente saranno molti di più. Se pensiamo alle nevicate avvenute nel centro Italia che abbiamo citato, con spessori del manto nevoso variabili fra i 2 e i 5 metri, nel migliore dei casi parliamo di ulteriori 20-50 millimetri di acqua che vanno ad aggiungersi a quella che già arriva dall'atmosfera. Non poco.
E tutta questa neve trasformata in acqua in poco tempo, defluisce nei corsi d'acqua, magari già ingrossati dai temporali. Potrebbe esserci quindi l'ulteriore problema di una piena e di una eventuale esondazione a valle.


Essere coscienti delle situazioni di pericolo che ci si presentano, è essenziale per poterle affrontare al meglio; sia come amministrazione, sia come comune cittadino. 





venerdì 4 novembre 2016

L'alluvione del 1966, 50 anni dopo

A 50 anni di distanza, è un dovere ricordare ciò che avvenne in Italia nei primi giorni di quel novembre. Nell'immaginario collettivo tornano subito alla mente le immagini di Firenze, invasa dalle acque dell'Arno, e tutte quelle opere d'arte di inestimabile valore che venivano rovinate per sempre, mentre il popolo tentava il tutto per tutto per salvarle. Ma è stata anche una storia di artigiani e commercianti che dovettero far fronte ai danni occorsi alle proprie attività; semplici abitanti che abitavano al piano terreno delle zone allagate e che videro i loro pochi beni rovinati irrimediabilmente. 
Fu un evento che non colpì soltanto Firenze che ne è l'immagine più rappresentativa; in quei giorni il Valdarno, la piana fiorentina, pratese e pistoiese, Pontedera, Grosseto e la Maremma furono anch'esse allagati dalle esondazioni dei rispettivi corsi d'acqua. Anche l’Italia centro-settentrionale fu teatro di disastri: alluvioni nel Veneto, tra cui il Polesine già sommerso nel 1951 e l'acqua alta a Venezia; nonché le alluvioni nel Trentino (la stessa Trento fu colpita dallo straripamento dell’Adige).

Ma parliamo dell'evento simbolo della giornata odierna, Firenze.

Il quadro climatico

Già ottobre fu molto piovoso ed il sottosuolo era già saturo di acqua, incapace quindi di assorbire ulteriori piogge. Dalle 12 del 3 novembre iniziò a piovere intensamente per 18 ore. Furono stimati circa 200 mm di pioggia su un'area di 9000 mq; in 24 ore l'Arno trasportò circa 400 milioni di metri cubi d’acqua. 
Le precipitazioni del 4 novembre 1966. In viola l'intensità maggiore

L'onda di piena arrivò a Firenze durante la notte. Alle 6 del mattino le spallette cedettero e l'acqua si riversò nelle strade, aumentando di livello fino a raggiungere i sei metri di altezza. Soltanto durante la sera successiva l'acqua iniziò a ritirarsi, lasciando la devastazione che abbiamo ben impressa nella nostra mente.
Santa Croce devastata dalle acque dell'Arno

I risvolti politici.

Il decreto ministeriale 23 novembre 1966 affidò alla Commissione Interministeriale per lo Studio della Sistemazione Idraulica e la Difesa del Suolo, più nota come Commissione De Marchi, il compito di “esaminare i problemi tecnici, economici, amministrativi e legislativi interessanti al fine di proseguire ed intensificare gli interventi necessari per la generale sistemazione idraulica e di difesa del suolo, sulla base di una completa e aggiornata programmazione”.
Questo produsse la nascita delle Autorità di Bacino, dove i problemi sono affrontati alla scala dell' intero bacino idrografico e non separati dai confini amministrativi, dove ognuno pensava interventi in funzione solo del proprio territorio, senza valutare gli effetti sulle amministrazioni confinanti.

La Commissione De Marchi

I punti critici

In città, due sono i punti dove gli studi successivi all'evento si sono concentrati: il Ponte Vecchio e il Ponte di Santa Trinita. I piloni di sostegno dei ponti riducono notevolmente la portata del fiume; negli anni sono state abbassate le platee di un metro per aumentare la portata da 3000 a 3400 metri cubi al secondo (la piena del 1966 raggiunse i 4000 metri cubi al secondo). Molti altri interventi minori, eseguiti e previsti, hanno lo scopo di ridurre al minimo i "rigurgiti" e le turbolenze, che riducono la velocità del flusso e l'aumento del volume di acqua.
Il Ponte Vecchio. Le arcate sottostanti sono completamente sommerse.

Fuori città, la zona a sudovest di Firenze quali le Cascine e tutta l'area fino a Scandicci sono a maggior rischio esondazione rispetto al centro città: è previsto che una nuova esondazione dell'Arno in queste aree avverrebbe molto prima rispetto alla zona del centro storico.

Gli ultimi interventi comunque si sono concentrati a monte della città di Firenze. Studi idraulici hanno dimostrato che la diga di Bilancino, inaugurata nel 1999, è stata costruita troppo a monte rispetto al percorso della Sieve, rendendo pressoché inutile la sua funzione di mitigazione del rischio idraulico a Firenze. Quindi è stato previsto di agire nel Valdarno. La diga di Levane, nella sua configurazione attuale, non produce alcun effetto di mitigazione ma un suo innalzamento potrebbe ridurre la portata di piena di un 5-10%. Anche a Figline è prevista la costruzione di un invaso che permetterà una ulteriore riduzione della portata di piena di un valore superiore al 10%. Un ulteriore ampliamento sembrava previsto anche per la diga de La Penna ma dalle ultime dichiarazioni della Regione sembra che questo intervento possa essere evitato grazie agli effetti, considerati sufficienti, degli altri interventi.
Diga di Levane. Foto tratta da Wikipedia.

mercoledì 14 ottobre 2015

Torna #ionorischio 2015

Il 17 e il 18 ottobre torna la campagna di prevenzione contro i vari tipi di rischio (alluvioni, terremoti, maremoti). A Pistoia sarà presente l'ANPAS per informare la popolazione sul rischio sismico.


Cosa è #ionorischio ?

(Tratto dal sito ionorischio.it)
Io non rischio è una campagna di comunicazione nazionale sulle buone pratiche di protezione civile. Ma ancora prima di questo, Io non rischio è un proposito, un’esortazione che va presa alla lettera. L’Italia è un paese esposto a molti rischi naturali, e questo è un fatto. Ma è altrettanto vero che l’esposizione individuale a questi rischi può essere sensibilmente ridotta attraverso la conoscenza del problema, la consapevolezza delle possibili conseguenze e l’adozione di alcuni semplici accorgimenti. E attraverso conoscenza, consapevolezza e buone pratiche poter dire, appunto: “io non rischio”. E' la pacifica battaglia che ciascuno di noi è chiamato a condurre per la diffusione di una consapevolezza che può contribuire a farci stare più sicuri.

Novità del 2015: le mappe interattive dei vari tipi di rischio, per comprendere maggiormente come l'Italia sia un paese con un elevato rischio.

lunedì 5 ottobre 2015

Eventi estremi e consumo del suolo

Vi propongo l'intervento di Nicola Casagli, professore ordinario di Geologia Applicata e di Geotecnica e Geomeccanica all'Università di Firenze, durante il convegno "Workshop LIFE+IMAGINE: Gestione integrata in area costiera, focus su eventi estremi e consumo del suolo" tenutosi a settembre 2015.



"Frane ed eventi estremi" spiega come il consumo indiscriminato di suolo, una errata gestione del territorio ed una inadeguata legislazione siano concausa diretta degli eventi disastrosi che si susseguono giornalmente nel nostro paese, ovvero più di 8000 frane e più di 6200 alluvioni fra il 2011 ed il 2015 (solo fra quelle riportate dai mezzi di informazione, quindi meritevoli di essere riportate). 

giovedì 21 maggio 2015

Verso la conferenza sul clima di Parigi 2015

Il 22 giugno 2015 a Roma si terranno gli Stati generali sui cambiamenti climatici e la difesa del territorio in Italia.



Sindacati, associazioni di industriali, ambientalisti, agricoltura, ricerca e tutto il mondo delle imprese coinvolto su questo tema, discuteranno delle proposte, contributi e la definizione dell'agenda che verrà presentata entro la fine dell'anno a Parigi, in occasione della 21ª Conferenza delle Parti (COP) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).

L' Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha diffuso poche settimane fa una serie di dati che mostra come nel 2014 a fronte di uno stallo delle emissioni nel settore energetico si è verificato un aumento di PIL a livello globale. In Europa le emissioni sono diminuite del 19% tra il 1990 e il 2013, mentre nello stesso periodo il PIL è cresciuto del 45% (CE, 2015 ). Questo dimostra come la riduzione delle emissioni nocive possa essere un fattore che favorisce la crescita economica. E' già previsto che i paesi dell'Unione Europea (UE) riducano entro il 2030 le proprie emissioni di gas serra del 40% rispetto ai livelli del 1990. 

L'Unione Europea ha valutato che investendo 1 euro oggi per la protezione dalle inondazioni, se ne risparmieranno 6 nel futuro (EC, 2013). 
Tutto questo però si scontra con quello che succede in Italia, dove si preferisce non investire 1 euro ma aspettare che avvenga il disastro, così le aziende vincitrici degli appalti per i ripristini ne guadagneranno 7. (vedi mio post dopo l'ultima alluvione di Genova)

Eppure è risaputo che al momento attuale, il settore lavorativo che promette il maggior sviluppo economico (che si traduce in maggior occupazione) è proprio il settore "green", ovvero lo sviluppo di tecnologie per lo sfruttamento delle energie rinnovabili, sistemi di salvaguardia dal rischio di inquinamento dei terreni e delle falde acquifere, opere ingegneristiche per la messa in sicurezza del territorio e altro ancora.

Nel sito governativo #ItaliaSicura sono disponibili i contributi dei soggetti che parteciperanno a questa iniziativa.




mercoledì 20 maggio 2015

Dopo 30 anni arrivano le nuove linee guida per il dissesto idrogeologico

Con ancora nella mente i disastri di Genova, Sardegna, Messina, Sarno e Quindici per dirne solo di alcuni dei più famosi, cui ho dedicato anche un post polemico, finalmente a Palazzo Chigi arrivano le nuove linee guida per intervenire nei contesti più a rischio.



"Vietati gli interventi di cementificazione e restringimento delle sponde fluviali o la copertura di fiumi e torrenti che hanno enormemente aumentato alluvioni e allagamenti. In coerenza con prescrizioni che saranno emanate da tutte le autorità di bacino, saranno possibili diversi interventi, sia strutturali come casse di espansione o vasche di laminazione delle piene e canali scolmatori, sia nuove opere previste come obbligo dallo Sblocca Italia dei 'contratti di fiume' per riqualificare e rinaturalizzare tratti fluviali."

Quindi innanzitutto stop al cemento che impermeabilizza i terreni, alla ricerca di pochi metri di suolo edificabile a scapito della sicurezza degli argini e delle persone in caso di alluvione. Questo vuol dire prevedere nuovi vincoli da parte delle Regioni che sono chiamate a identificare le aree a rischio ancora non tutelate. Chissà se l'adozione delle nuove linee guida influirà anche il settore vivaistico pistoiese, che con l'impermeabilizzazione dei terreni per la vasetteria ha scatenato non poche polemiche soprattutto nella piana.



Al contempo le linee guida indirizzano la progettazione delle opere di intervento sulle aste fluviali, favorendo la costruzione di casse di espansione, vasche di laminazione, canali scolmatori e altro sia necessario per la salvaguardia del territorio.
Queste opere sono sicuramente utili se progettate con criterio e non come il progetto della cassa di espansione ai Laghi Primavaera che potrebbe trovare nuova "forza" da queste linee guida.




sabato 15 novembre 2014

Pistoia, la cassa d'espansione non s'ha da fare (ai Laghi Primavera)

Ieri sera sono stato all'assemblea pubblica dove le associazioni di cittadini e ambientaliste hanno cercato di avvertire la popolazione sulle conseguenze legate al progetto di realizzazione di una cassa di espansione ai Laghi Primavera; un'opera giudicata fondamentale da parte dell'Amministrazione Pubblica e inutile se non dannosa da parte delle associazioni.

L'assemblea pubblica di ieri sera.


Breve cronostoria

Vista dei Laghi Primavera

L'idea di realizzare un'opera di regimazione delle acque e di mitigazione del rischio idraulico sul suolo pistoiese parte dalla fine dello scorso millennio, giustamente dico io: sempre più spesso la piana pistoiese (Bottegone, Quarrata, Ferruccia, Vignole, Casini, Caserana e altri) devono fare i conti con le esondazioni dei fossi minori (chiamati in gergo acque basse) che non riescono a defluire nell'Ombrone, il corso di acqua principale (detto di acque alte). Dopo vari anni di protocolli di intesa fra Comune, Regione, Consorzio di bonifica (procedimenti più politici che tecnici) si arriva a decidere che il Comune di Pistoia sarà l'attuatore di questa opera. E il Comune si mette all'opera, appunto.
E' nel 2007 che arriva il primo progetto di cassa di espansione ai Laghi Primavera. Ma qualcuno ci doveva aver pensato prima, molto prima a quei laghi. Esistono modelli di previsione di piena dall'Ombrone su scala duecentennale (significa una piena talmente eccezionale che statisticamente avviene ogni 200 anni) dove si evince che l'Ombrone così come è adesso esonderebbe nella zona sud (all'Ex Campo di Volo); con una cassa di espansione ai Laghi Primavera questo non accadrebbe. Il modello di previsione si spinge oltre, prevedendo che le condizioni idrauliche dell'Ombrone migliorerebbero se fossero costruite altre al Ponte Calcaiola, lungo il Vincio e a Pontelungo ma chissà perché viene tutto rigettato e solo la cassa di espansione ai Laghi Primavera rimane. Il motivo? Nel 2012 personalmente l'ho chiesto al Sindaco Bertinelli durante la festa locale della Casa del Popolo di Torbecchia; in quell'occasione rispose semplicemente che i terreni a vivaio sono troppo cari per essere espropriati; la zona dei laghi non lo è, inoltre già ha degli invasi che facilitano la costruzione, quindi due più due fa quattro; chiaramente sottolineando che la cassa di espansione deve essere fatta per la sicurezza del territorio.

Adesso, nel 2014, il progetto del 2007 è stato modificato perché i finanziamenti sono stati ridotti da 32 a 17 milioni euro, una cifra esorbitante per un'opera che come vederemo risolverebbe soltanto un problema, ovvero l'allagamento del nuovissimo Ospedale San Jacopo inaugurato nel 2013, costruito su un terreno di riporto degli anni '40 (durante la seconda guerra mondiale) per realizzare un campo per l'aviazione, deviando e costringendo il percorso naturale dell'Ombrone in una zona più a sud.

In questo momento il progetto si trova al Ministero dell'Ambiente per valutare se sia necessaria una nuova Valutazione di Impatto Ambientale oppure sia ritenuta valida quella ottenuta già per il progetto del 2007 che era più grande e invasivo sul territorio. Ci sono 45 giorni di tempo per fare opposizione e sarà fatta ma il supporto dei cittadini per fare leva sulle decisioni comunale sarà fondamentale.

Cosa è una cassa di espansione?

Una cassa di espansione è una zona allagabile delimitata da strutture quali argini, dighe e altre di strutture che permettano il trattenimento di una certa quantità di acqua durante una piena, al fine di non avere tracimazione e quindi inondazione di aree a rischio (zone residenziali o industriali).

Schema di una cassa di espansione detta "in derivazione", come quella pensata ai Laghi Primavera

Questo tipo di opera permette, come già detto, di raccogliere l'acqua in eccesso e rilasciarla successivamente quando le condizioni idrauliche lo permettono.

Schema di una diagramma di piena. Con la cassa di espansione in derivazione, si riduce la portata di acqua nel momento di maggior afflusso e si rilascia quando il livello dell'acqua nei fiumi ritorna sotto controllo.
Ci sono dei problemi tecnici legati alla realizzazione di un'opera come questa e sono parte delle osservazioni fatte sulla sua realizzazione nel contesto pistoiese:

  • Per far tracimare l'acqua in eccesso nella cassa di espansione è necessaria la costruzione di una briglia che permetta di creare un mini invaso dove l'acqua aumenta di livello fino a raggiungere la soglia necessaria per far tracimare l'acqua nella cassa. Questo provoca, all'interno del corso del fiume, un fenomeno di sedimentazione a monte (dove si accumula l'acqua) che in parte va a riempire il fondo della cassa di espansione, riducendone la portata) e di erosione a valle (con problemi di equilibrio idrogeologico delle acque sotterranee come vedremo già accaduto a Pistoia negli anni '60).
  • la quantità di acqua accumulata tende a infiltrarsi nel terreno e passsare sotto gli argini fino a raggiungere la superficie (che si trova a un livello più basso) nelle zone adiacenti. Questo problema può generare quello che viene detto "sifonamento", ovvero l'acqua potrebbe concentrarsi e uscire in alcune zone più "deboli" dal punto di vista di qualità dei sedimenti e causare danni sia da allagamento che danneggiamento di eventuali strutture vicine.

Problemi specifici dell'Ombrone, dei Laghi Primavera e dell'opera in questione

Ci sono inoltre dei pericoli che pare siano stati sottovalutati e che siano specifici per l'opera in questione:

L'Ombrone è un torrente e questo già ci dice che per la maggior parte dell'anno è secco e le sue piene sono appunto a carattere "torrentizio", ovvero con alta energia con un elevato carico di sedimenti trasportato dalle colline sopra Pistoia. Questi sedimenti ostruirebbero in men che non si dica il fondo della cassa e il percorso del fiume a monte della briglia per la tracimazione, diminuendone la portata; quindi senza una costosa e continua manutenzione, si aumenterebbe il rischio di esondazione e di rottura degli argini che, va ricordato, sono del tempo del Granducato e già indicati come il punto debole e rischioso di tutta l'opera: se uno degli argini dovesse cedere in un momento di piena, la zona Ovest della città (San Biagio, Vicofaro, Ponte alle Tavole, il Viale Adua in generale) sarebbe allagata e l'acqua tracimata andrebbe verso sud (verso il basso topografico) e potrebbe raggiungere l'Ospedale San Jacopo (già la zona fu alluvinata per la rottura di un argine dell'Ombrone più di un secolo fa).

La pressione data da diversi metri di acqua in più rispetto alla norma, faciliterebbero l'infiltrazione dell'acqua nel sottosuolo e potrebbero crearsi gli stessi problemi di danneggiamento dei livelli seminterrati delle abitazioni avuti a metà anni '60 quando, in occasione della costruzione dell'autostrada A11, furono dragati diversi metri di ghiaia e pietrisco dal corso dell'Ombrone; fu eliminato un filtro naturale creato dal fiume stesso nel corso del tempo geologico e il problema interessò fino a 50000 metri quadrati del centro Storico di Pistoia, distante pochi chilometri. Se a questo aggiungiamo il già citato problema di erosione del fondo del fiume a valle dello sbarramento, il problema potrebbe diventare ancora più grande di quello che si pensi. Inoltre, è bene ricordarlo, è in corso il progetto di costruzione di un parcheggio sotterraneo a San Bartolomeo detto "In Pantano", una delle zone colpite dai problemi di innalzamento della falda appena citato. Quindi un ulteriore rischio per la popolazione da cercare di evitare.

Per avere approvazione da parte della popolazione è stato detto agli abitanti della piana Pistoiese che la cassa di espansione risolverà i problemi di allagamento nelle loro zone: niente di più falso. Il livello delle acque dell'Ombrone è generalmente alto perché in quel tratto il fiume è costretto a scorrere in un letto piccolo per eventi di pena anche piccoli; quindi con la cassa di espansione il livello dell'Ombrone rimarrà alto (nel progetto si parla di un abbassamento calcolato in 11 centimetri, ovvero niente) più a lungo (per lo svuotamento successivo della cassa dopo l'evento di piena) e terrà chiuse le portelle che impediscono ai fossi minori di scaricare l'acqua in Ombrone perché si trovano a una quota più bassa; sono loro, le acque basse, il vero problema delle alluvioni nella piana.



L'Ombrone è un fiume che è alimentato dalla falda acquifera, ovvero l'acqua arriva solo se la falda acquifera si trova in superficie. Un ulteriore carico di pressione provocherebbe velocità e pressioni delle acque sotterranee molto maggiori e con possibilità di allagamenti delle zone vicine proprio per l'uscita dal sottosuolo dell'acqua in eccesso. Una cassa di espansione seria dovrebbe essere interrata e trovarsi a un livello più basso del fiume da dove riceve l'acqua in eccesso ma in questo caso è l'Ombrone che si trova a un livello più basso della campagna circostante. Quindi lo sbarramento lungo il fiume sarà molto alto e le casse non saranno interrate proprio perché la falda, quando l'Ombrone è in piena, si trova in superficie; quindi la cassa sarà sopraelevata con argini di alti 8 metri e larghi 30 metri, realizzata con terra di cattiva qualità perché presa dal Bacino della Giudea (o bacino di Gello) dove tra l'altro sembra ci furono problemi di contaminazione di cromo esavalente, un elemento altamente nocivo per la salute umana. Questo inoltre prevederà 34000 viaggi di camion fra Gello e i Laghi Primavera con tutte le conseguenze del caso sulla viabilità ordinaria.

Schema di un fiume come l'Ombrone. La linea tratteggiata rappresenta la falda acquifera che in occasione delle piogge si alza e riempe il fiume che altrimenti sarebbe in secca.

Quale potrebbe essere allora il luogo ideale per una cassa di espansione efficiente? 
Semplice, dove sorge il nuovo Ospedale San Jacopo: quello è sempre stato il luogo dove le acque dell'Ombrone si riverserebbero naturalmente (e naturalmente ci hanno costruito, tanto per farci riconoscere come bravi progettisti) oppure al Bottegone ma già molti anni addietro l'ex assessore provinciale Giovanni Romiti fece di tutto per bloccare quel progetto così vicino a casa sua e a scapito dei vivaisti (leggete questo interessante articolo che fa un'analisi precisa quanto triste di tutta la situazione)...

Come sempre vi consiglio un mio vecchio post sui problemi di alluvione della piana Pistoiese e un mio sfogo sullo stato del rischio idrogeologico in Italia e il consglio di guardare il video documentario #dissestoitalia, in attesa di avere notizie sugli ulteriori sviluppi di questa vicenda.

E speriamo di non dover dire addio a questo bellissimo luogo a pochi passi dalla città...


L'Ombrone in Primavera, molto amato dai pistoiesi...



sabato 11 ottobre 2014

Alluvione a Genova, stavolta un post polemico

Lo ripeto continuamente, la prevenzione è la miglior soluzione per evitare tragedie come l'ennesima dovuta alle ormai celeberrime catastrofi naturali. Quello che è accaduto a Genova è solo l'ennesimo capitolo di una storia infinita, fatta di errori essenzialmente umani che pongono le basi per le tragedie quasi volessero essere volute. Volute, certo: come quando si viaggia troppo forte in auto e poi ci meravigliamo se andiamo a sbattere da qualche parte; quando lavoriamo senza protezioni, non in sicurezza e poi capita l'incidente; quando vogliamo a tutti i costi fare il bagno quando il mare è agitato e poi ci sorprendiamo di venire sbattuti sulle rocce facendoci male seriamente. Perché quando si fanno le cose, si fanno senza pensare mai alle conseguenze ma solo al benessere (nel caso di questo post, economico) immediato; talvolta invece ci si pensa e pure male, valutando quanto può essere remunerativo risistemare i danni piuttosto che evitarli. Questo è lo spirito con cui la nostra economia è andata avanti per decenni: cementificare ovunque e far sì che le cose si debbano riaccomodare e anche molte volte, così ci si guadagna di più. 

Fonte: Sky.it

Così quando guardo il telegiornale e vedo il povero imprenditore che mostra sconsolato il magazzino della propria azienda riempito dal fango, oppure le immagini di auto accatastate lungo le vie che diventano corsi d'acqua, mi domando: cosa è che non ha funzionato? Niente. Né prima, né durante, né dopo.

PRIMA
Da che mondo è mondo, l'acqua va sempre in discesa e sempre, dico sempre, sceglie la via più ripida e più breve. Quando uscite di casa e andate a fare una passeggiata, guardate il paesaggio intorno a voi e cominciate a capire dove, in caso di pioggia, l'acqua potrebbe passare secondo questa semplice logica; ogni insenatura fra le colline, le montagne, anche se non vi è un ruscello visibile, è una via preferenziale per l'acqua quando questa è in eccesso. Il passo successivo quindi è quello di cominciare a contare in quanti punti della vostra città questi percorsi preferenziali non sono liberi ma costretti in percorsi chiusi da tubazioni più o meno grandi di cemento, oppure coperti per far posto a strade, piazze, case. Quando piove tanto, l'acqua se non può scorrere sotto, scorre sopra
Un rischio collegato alle piogge intense è anche quello di frana: un terreno zuppo di acqua possiede caratteristiche meccaniche peggiori di un terreno asciutto, ovvero può collassare molto più facilmente. Anche in questo caso, vedere interi palazzi e quartieri su rilievi ripidi, magari sbancati per cercare un po' di spazio per poter costruire, significa guardare una realtà che, se le cose non vengono fatte alla perfezione, ha il tempo contato. Quando si costruisce, il budget destinato allo studio approfondito del territorio è spesso ridotto al minimo; in molti casi la relazione geologica è vista come un inutile balzello burocratico di cui purtroppo non se ne può fare a meno e sia da parte dell'imprenditore che del cliente, esiste questa coscienza deviata nel pensare che il capitolo rischio geologico sia una delle voci di costo su cui si possa risparmiare. Mai errore fu più grave e i fatti di Genova come quelli ad esempio di Messina del 2009 lo stanno a ricordare. 

DURANTE
Ancora fra la popolazione non c'è la giusta percezione del rischio che si corre quando, nonostante vengano emesse allerte meteo di qualsiasi tipo (mareggiate, vento, pioggia, neve), si continua a praticare le stesse attività giornaliere come quando il meteo è buono; se si può bisogna sempre evitare di ritrovarsi in situazioni di pericolo; se è impossibile, almeno informarsi sui comportamenti da tenere telefonando al 118 o al 115; inutile dire ci siano momenti in cui non si ha tempo per pensare e sapere già cosa fare può fare la differenza fra la vita e la morte.
Io per molti anni ho percorso centinaia di km in tutte le situazioni meteo e alle volte ho dovuto decidere di modificare le mie attività proprio per ridurre al minimo il rischio che stavo correndo: ho interrotto anzitempo il lavoro per tornare a casa prima di un forte temporale per evitare di ritrovarmi coinvolto in incidenti stradali o bloccato dall'esondazione di canali; ho annullato appuntamenti per evitare di dover guidare nel bel mezzo di una nevicata con tutti i rischi del caso; mi sono anche trovato in una azienda di un cliente durante un terremoto e sapevo già dove andare perché già conoscevo quali erano le vie di fuga... In molti rispondono sempre che il lavoro è lavoro e con questa scusa, derivata da una cultura della competizione che è indifferente alla sicurezza e alla vita, rimettono la propria esistenza in mano alla fortuna; quando poi il destino è avverso, sono i primi a sbraitare per i danni subiti e sono i primi a dare le colpe ad altri (che potranno anche averne, secondo i casi) e mai a loro stessi.

DOPO
E come spesso succede, la Storia insegna ma non ci sono mai orecchie disposte ad ascoltarla; quindi capita proprio come a Genova che l'esondazione di ieri sia una ripetizione di quanto accaduto il 4 novembre 2011 (vedi video sotto). E che niente venga fatto se non ripristinare alla meno peggio la situazione precedente, con milioni di euro stanziati e mai utilizzati per la messa in sicurezza del territorio.


Quindi cosa dire se non informatevi e fatevi sentire, chiedete sicurezza non solo dopo i disastri ma anche prima: quando restaurate un immobile, quando comprate una casa, quando l'amministrazione locale decide di intervenire con nuovi progetti; chiedete a gran voce che non si risparmi sulla sicurezza e se un'opera, specialmente se pubblica, non si può fare in un certo luogo perché a rischio geologico, non deve essere fatta, punto.

Nel mio piccolo, prendo spunto per continuare la mia campagna contro il dissesto idrogeologico della zona in cui vivo in cui l'aumento della superficie destinata a vivaio è cresciuta e con essa le esondazioni; dove un ospedale è stato costruito su un terreno di riporto risalente alla seconda guerra mondiale, proprio lungo il corso del principale fiume della zona; dove sta per essere costruito un parcheggio sotterraneo in una delle zone più antiche della città e storicamente zona di impaludamento e quindi a rischio allagamento.

Vi invito (chi non l'avesse ancora fatto) a vedere il web-documentario #Dissestoitalia e a chiedere informazioni in ogni città sul rischio geologico, questo weekend in cui è attiva la campagna #iononrischio.

mercoledì 1 ottobre 2014

Torna la campagna #iononrischio

L'11 e il 12 ottobre in molte piazze della penisola torna la campagna di prevenzione #iononrischio per informare e far conoscere alla popolazione quali sono i pericoli e le misure da adottare in caso di terremoto, maremoto, frane e alluvioni.



Come sempre io sono un sostenitore della prevenzione come arma più efficace per difendersi dalle catastrofi naturali e quindi vi invito a cercare sul sito iononrischio.it l'evento più vicino a casa vostra e chiedere informazioni; i volontari della Protezione Civile saranno a vostra disposizione per darvi tutte le informazioni necessarie per la vostra sicurezza.

A Pistoia, la mia città, i volontari dell'ANPAS saranno in piazza (non è specificata ma presumo Piazza del Duomo) per parlare del rischio sismico, visto che abitiamo in zona 2 (medio-alto rischio) e che si stima la possibilità di poter subire un terremoto di magnitudine massima pari a 6.

martedì 24 giugno 2014

Rischio idrogeologico, un esempio di prevenzione

In questi ultimi anni anche in Italia si sta percependo sempre più il bisogno di monitorare ed intervenire nella mitigazione del rischio idrogeologico che sottopone la popolazione ad affrontare eventi come alluvioni e franamenti.
Ancora oggi, negli occhi di molti vi sono le scene delle devastazione degli eventi più famosi come ad esempio l'alluvione di Sarno e Quindici del 1998, di Messina del 2009 e della Sardegna del 2013. Già avevo postato un documentario di #DissestoItalia e qui potete trovare un elenco degli eventi più importanti.


Alluvione di Genova del 2010. Tratta da Wikimedia.org

Come dico sempre, l'unica strada è la prevenzione: parola che pare inudibile agli amministratori e ai governi che continuano imperterriti a sottovalutare il rischio idrogeologico che in Italia, essendo una zona tettonicamente molto attiva, incide notevolmente nella vita e nell'economia della popolazione. La prevenzione potrebbe essere un ottimo settore di sviluppo e rilancio economico, abbandonando la cementificazione selvaggia che invece ha amplificato gli effetti disastrosi di questa noncuranza del territorio.

Fatta questa doverosa premessa, voglio farvi partecipi di un esempio di messa in sicurezza di una strada norvegese, dove dei blocchi di roccia fratturati sono in procinto di franare e mettere in serio pericolo la vita di chi potrebbe transitarvi nel momento sbagliato. Come vedrete, il blocco di roccia interessato è relativamente piccolo rispetto a tutto il fianco del fiordo e l'utilizzo di un elicottero è sicuramente costoso: eppure questo è un esempio di come per la sicurezza della popolazione non si dovrebbe badare a spese, anche nelle situazioni di piccola entità come questa.

Nel filmato vedrete la tecnica utilizzata: un elicottero manovra una palla demolitrice per innescare la caduta del blocco pericolante; i frammenti del blocco che si frantuma contro il fianco del fiordo sono fermati da una recinzione a maglie di ferro posizionata in fondo al pendìo; infine vengono rovesciate ingenti quantità di acqua dove si trovava il blocco per "ripulire" la zona da eventuali frammenti che potrebbero franare successivamente sulla strada.



Infine voglio farvi vedere quali tecnologie ci siano ad oggi per la mitigazione del rischio idrogeologico: questo è l'esempio di un'azienda svizzera che opera a livello mondiale e che dimostra come nel campo della prevenzione ci possa essere, ad oggi, tutto un mercato che per l'Italia sarebbe nuovo e su cui investire.

Vengono presentati i vari tipi di rischio e le soluzioni aziendali, presentate prima in un test adhoc e poi in situazioni reali dove hanno funzionato perfettamente.